Eutanasia: pensieri sparsi Liberali

Tiene banco, sui tavoli del Governo e della società civile, la questione EUTANASIA. Nelle considerazioni varie che accompagnano l’argomento, l’Istituto Liberale “Benedetto Croce”, esternalizzando il pensiero di alcuni suoi membri in seguito ad un dibattito interno, ha cercato di riassumere pro e contro. Diffidare di chi ha la verità in tasca e sviluppare un pensiero libero e scevro da condizionamenti esterni deve essere il primo reale compito di una coscienza realmente liberale.

Christian Aceto (Roseto degli Abruzzi)

Nel sentir parlare di eutanasia, mi sovviene una domanda: è giusto decidere di morire quando il dolore ci soffoca, impedendoci la vita?

L’eutanasia null’altro è che l’accettazione di una volontà, quella del malato, il quale desidera di porre fine alla sua esistenza.

Nella vicenda del DJ Fabo, non possiamo comprendere minimamente il dolore personale che può spingere un uomo a voler terminare di vivere.

Non so, francamente, se sia giusto porre fine all’unico dono, la vita, che ci rende possibile la libertà.

Probabilmente, se si arriva al punto di desiderare la morte, è poiché risulta assolutamente impossibile viverla.

Giorgia Agostini (Tagliacozzo)

Io sono per la vita. Esserlo significa voler vivere al massimo delle proprie possibilità, lottando per raggiungere ogni obiettivo, ogni sogno.

Significa avere il coraggio di vivere e di scegliere, di rischiare e di voler essere ciò che realmente si è. Ognuno dovrebbe poterlo fare in modo indipendente ed autonomo.

La vita è soggettività, personalità, è individualismo: è l’individuo nella sua parte più intima, una forma assoluta di autodeterminazione e di amore.

L’altra faccia della vita è la morte.

Ogni individuo dovrebbe poter liberamente scegliere come vivere e, di conseguenza, come morire, proprio in virtù di quel coraggio che porta a compiere scelte di libertà: libertà di vivere, libertà di morire, specie pensando a chi, beffato dal destino, non è più padrone della sua esistenza: che senso ha vivere una vita non nostra?

La morte è semplicemente parte della vita: chi è padrone della propria esistenza sa fin quando essa è degna di essere vissuta.

Essere favorevole all’eutanasia non è che il modo più vero e puro di essere a favore della vita vera, quella che ognuno vive liberamente.

Mattia Di Cesare (Avezzano)

Eutanasia: un termine divisivo in grado di dividere tra pro e contro, essendo considerata un omicidio – suicidio. In realtà è una pratica in grado di aiutare il malato a porre fine alla sua esistenza in modo indolore.

Il 93% degli italiani si dice assolutamente favorevole alla sua legalizzazione, nonostante ciò la volontà della maggioranza delle forze politiche va in senso opposto.

In realtà l’eutanasia è la massima espressione del rispetto della dignità umana nella sua forma di libera autodeterminazione: ha senso morire soffrendo? Perché bisogna essere succubi in ciò di una visione religiosa?

Teoria contraria, invece, vorrebbe un conflitto tra la pratica eutanasica e la deontologia medica, tra la sospensione degli alimenti e dell’idratazione ed i doveri di assistenza, fino a poter rendere quasi normale porre fine ad una vita umana.

La speranza ultima è riposta nella sanità, affinchè possa individuare cure efficaci per quando ci troveremo nelle situazioni più buie.

Giacomo Di Persio (Segretario Istituto Liberale “Benedetto Croce”, Pescara)

L’eutanasia è manifestazione di un diritto naturale inalienabile: quello alla libertà. L’autodeterminazione di ogni individuo non può essere affidata al governo, che può essere o meno a favore a seconda del partito di maggioranza, ma deve essere un principio cardine dello Stato di diritto. L’eutanasia è ad oggi il diritto civile più popolare tra tutti. Se riuscissimo ad ottenere una legge per la tutela del fine vita, allora avremmo la strada spianata per poter conquistare anche le altre libertà civili non garantite dal nostro Stato.

Gregorio Di Salvatore (Vicepresidente Istituto Liberale “Benedetto Croce”, Avezzano)

Titolarità del diritto alla vita e del diritto di ognuno al porne fine: l’analisi pone un interrogativo enorme per l’essere umano, un interrogativo altamente divisivo.

A seconda della visione che ognuno ha della vita la risposta può divergere: una prima visione, maggiormente legata alla sfera religiosa, ascrive alla vita un valore spirituale ed intoccabile da parte dell’individuo stesso, meritevole di essere difesa in modo assoluto; la seconda, maggiormente razionale, non dà alla vita valore trascendentale, concedendo all’individuo una maggiore possibilità di autodeterminazione.

Vi è poi da considerare l’enorme orror vacui presente in ogni individuo, quello di terminare la propria esistenza schiavo del decadimento fisico e mentale. Ciò stante, le numerose implicazioni morali e politiche impongono una mediazione tra le posizioni: strumento della mediazione può essere il libero arbitrio.

Ammettendo di considerare la vita come offerta dalla divinità, dono di essa, in quanto tale disporne è una possibilità, quantomeno nei casi in cui questo dono eccellente possa tramutarsi in una prigione di dolore e sofferenza.

Vincenzo Mariani (Avezzano)

Quando si parla di eutanasia, si dovrebbe pensare al significato di “morte dolce”, mentre comunemente si fa riferimento ad una “morte provocata”, il che la pone in contrasto morale con il suicidio assistito di una persona consenziente.

All’interno della sfera dell’eutanasia rientra la sospensione delle cure mediche salvavita, cioè la non rianimazione o la sottrazione di medicine, idratazione e alimentazione in un paziente non in fin di vita. Da questo comprendiamo come vi sia un’eutanasia attiva ed una omissiva.

In altri casi si può fare riferimento ad un’eutanasia collettivista, la rimozione di persone portatrici di handicap al fine di migliorare la qualità della razza, l’eugenetica, o gli atti di soppressione di persone anziane o ad ogni modo inutili nel processo economico, per il favorirne altri socialmente utili, l’eutanasia economica.

Con il beneficio del dubbio, l’Associazione Luca Coscioni riporta che il 93% degli italiani è pro – eutanasia e  “chiede riforme di libertà per  poter decidere sulla propria vita e morte”.

Questo, dunque, è l’interrogativo da porci: perché in uno Stato laico c’è ancora tanta resistenza da parte del clero e delle istituzioni? Tutelare il diritto alla vita è compatibile con porre fine alla sofferenza?

Stefano Passamonti (Roseto degli Abruzzi)

Eutanasia non è un termine da prendere alla leggera, bensì è un qualcosa su cui riflettere senza trarre conclusioni affrettate: questa è la mia personale opinione a cui non bisogna per forza di cose aderire.

A delle cure forzose, invasive, che condannano ad un’eterna speranza, troverei preferibile il suicidio assistito.

La posizione critica, in questo, è quella del medico.

D’altro canto, la vita non è un bene assoluto slegato da qualsiasi altro contesto: scrisse Seneca che “Non sempre la vita va conservata: il bene non è vivere, ma vivere bene”.

Nonostante ciò, affrontare questo argomento in modo completamente oggettivo è difficile, soprattutto quando bisogna porre in contrasto i pensieri liberali e cattolici che permeano la nostra società.

Davide Pietrangelo (Montesilvano Marina)

L’eutanasia è illegale e severamente punita in Italia stante il Codice Rocco che, all’art. 580, rubrica l’Istigazione o aiuto al suicidio – considerando uguali due condotte differenti. In esso si afferma che “Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da 5 a 12 anni”.

Istigare al suicidio può essere una condotta contraria ad etica e morale, ma aiutare al suicidio?

Legalizzando l’eutanasia, resterebbe illegale l’istigazione, ma diventerebbe legale o persino doveroso aiutare chi ha scelto di porre fine alla sua vita a farlo.

Trovo tale approccio limitante, non segnando una rottura definitiva dallo Stato etico, ma mutandone l’eticità intrinseca.

Oggi possiamo essere solidali col malato di SLA che vuol farla finita, domani potremmo essere solidali con la persona obesa che vuole porre fine alla sua esistenza, dopodomani potremmo esserlo nei confronti di una donna non fertile che, privata di un desiderio, opta per il suicidio.

Per discutere realmente di eutanasia, bisognerebbe partire dalla disponibilità della nostra salute, in quanto oggi non solo è illegale un aiuto al suicidio, ma anche il volersi far arrecare danno da altri.

Non è possibile, infatti, accettare denaro da uno sconosciuto che volesse lederci fisicamente.

Legalizzando l’eutanasia, ci troveremmo nella curiosa situazione che sarebbe legale farsi assistere nel suicidio ma non lo sarebbe comunque il farsi ledere in cambio di denaro da altri.

Non dobbiamo riflettere tanto sulla questione morte, bensì su altra: vogliamo uno Stato che continui a vietarci di disporre liberamente del nostro corpo, in un’ottica di tutela, o vogliamo uno Stato che, in tale settore, sia omnipermissivo?

—– RIFLESSIONE DI CHIUSURA —–

Nello Simonelli (Presidente “Istituto Liberale Benedetto Croce”, Avezzano)

Questo mio pensiero vuole essere una sorta di summa dei precedenti.

Non si può fare un ragionamento serio sull’eutanasia se non partendo dall’avere una precisa cognizione di cosa sia, facendo chiarezza tra le molte ombre gettate dalle discussioni televisive sull’argomento: eutanasia altro non è che il procurare – intenzionalmente e nell’interesse del richiedente stesso – la morte i un individuo, la cui qualità di vita sia compromessa permanentemente da malattia, menomazione o condizione psichica.

Lo stesso parlare di eutanasia, in Italia, è argomento divisivo a più livelli: morale, religioso, legisativo, scientifico, filosofico, politico ed etico, benchè nella prassi quotidiana si registra una quasi totalità di consensi nel porre al comune cittadino la domanda “Sei favorevole all’eutanasia?”.

Nel muovere verso una analisi del fenomeno, diffidando di chi ha la verità sempre in tasca, non si può prescindere da pro e contro.

I pro sono la libera scelta dell’individuo di disporre della sua esistenza, un principio democratico dal quale non si può prescindere; il porre in primo piano la qualità della vita a discapito della quantità; il conferire valore alla dignità dell’esistenza, considerata non più dignitosa per il malato stesso ed un peso oltre che un patimento per i propri cari

I contro sono la presenza del giuramento ippocrateo, che ab origine escluderebbe esplicitamente l’eutanasia; la morale, che per qualcuno – in modo altamente soggettivo – renderebbe la pratica inaccettabile; la religione, che la considererebbe atto peccaminoso; l’assenza di una piena consapevolezza nella fornitura del consenso in casi di alterazione di volontà; la volontà dei familiari, che potrebbero desiderare che il congiunto non passi a miglior vita. Personalmente, stante la ferrea mia convinzione di dare dignità e valore alla volontà dell’individuo, non vedo problemi nel riconoscimento della pratica eutanasica da parte dello Stato e, a quanto sembra, il 93% degli italiani condivide questa considerazione. Per fare un raffronto della presenza di una forte coscienza civile al riguardo in tempi recenti, basti considerare che nel 1997 ad essere favorevoli all’introduzione di una legge in proposito era solamente il 58% della popolazione. Muovendo da una considerazione strettamente personale, non so cosa potrei scegliere qualora un giorno non potessi più deambulare, parlare, vedere, qualora la mia esistenza fosse ridotta allo stato larvale. Ma sarei grato ad uno Stato che mi desse la possibilità di scegliere come disporre della mia vita.

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