Siamo in molti a non aver dimenticato l’uccisione di quella creatura innocente che era Wang Wang: la memoria, quando riguarda chi non ha voce, è un dovere prima ancora che un sentimento. Queste righe nascono per rinnovarla e per dare conto della risonanza che la sua vicenda ha avuto, dalle piazze del mondo fino a quelle di Roma e di Milano.
Ciò che pareva un episodio circoscritto alla Cina meridionale si è rivelato, nel volgere di pochi mesi, un’emergenza globale. Il volto di Wang Wang è apparso sui megaschermi delle più grandi piazze internazionali, accompagnato da imponenti mobilitazioni in ogni parte del mondo; e anche in Italia, come altrove, migliaia di persone invocano leggi severissime contro violenze inaudite, spesso consumate sotto la luce fredda dello schermo degli smartphone.
Simili episodi vanno di gran lunga oltre la categoria dei «semplici» abusi: attestano che è stata varcata una soglia pericolosa, un punto di non ritorno emotivo e civile. Ribellarsi a tale orrore non è soltanto un atto di difesa verso gli animali, ma l’urgenza di tutelare i nostri valori fondamentali e l’essenza stessa della nostra umanità.
L’ITALIA NON DIMENTICA WANG WANG: A ROMA E A MILANO IN PIAZZA PER LEI
A distanza di mesi dalle insopportabili immagini giunte online da Jieyang, nella provincia cinese del Guangdong, in cui alcuni ragazzini torturavano la cagnolina di quartiere Wang Wang dopo aver barbaramente ucciso i suoi cuccioli, il dolore non si è spento ed è sceso in strada anche in Italia.
La mobilitazione internazionale di venerdì 25 settembre si è svolta sia a Roma sia a Milano. Io ero a Roma, in Piazzale Ugo La Malfa davanti al Circo Massimo, e la risposta è stata viva e determinata. Un ringraziamento particolare va a Cristina e Viviana Guadagno, che hanno fortemente voluto e organizzato l’evento, e alle delegazioni di ENPA, LAV, Feline Guardians, OIPA, LNDC, Avanguardia Animalista, Mases, Meta, Gaia Animali e Ambiente e del Partito REA, rappresentato dalla segretaria nazionale Gabriella Caramanica. Durante gli interventi l’atmosfera era di profonda commozione: molti partecipanti non trattenevano le lacrime.
La forza di quella piazza stava soprattutto nei volti di chi era arrivato da lontano, come Linda da Firenze o Salvatore e Italo Verde da Napoli. Presenze che testimoniano come la richiesta di una moratoria internazionale contro la produzione, la diffusione online e l’impunità di queste torture non è una battaglia isolata, ma un sentire comune. Tra cartelli e cori è emerso anche un obiettivo preciso: portare presto la protesta davanti all’Ambasciata cinese a Roma.
LA RICHIESTA FORMALE AL GOVERNO
In piazza è stata comunicata anche la richiesta d’intervento urgente che il Partito REA ha formalizzato e rilanciato il 4 settembre al Presidente del Consiglio e ai Ministeri degli Affari Esteri, della Giustizia e dell’Interno. Le ragioni che l’hanno motivata sono le stesse che spingono tutti a ribellarsi, come è accaduto in piazza: un segno che quell’energia si traduce anche in un’azione politica e giuridica concreta.
L’iniziativa si inserisce nella mobilitazione globale che ha prodotto una lettera aperta al Presidente cinese Xi Jinping, sottoscritta da Global Citizens for a Better World for Animals, tradotta in tutte le lingue e letta online sui social da cittadini di ogni Paese. Chiede l’introduzione urgente di una legge nazionale sulla protezione degli animali, che colmi i vuoti normativi e sanzioni severamente la violenza e la sua monetizzazione online.
È emersa inoltre la notizia di un documentario internazionale, attualmente in fase di sceneggiatura, destinato a raccogliere le storie e la voce di chi, in ogni parte del mondo, soffre per quanto è accaduto e si batte per dare giustizia a Wang Wang e mantenerne viva l’eredità.
IL CONFRONTO CON LA DIPLOMAZIA E CON GLI ESPERTI
Da parte mia ho avviato un’interlocuzione con l’Ambasciata italiana a Pechino, sollecitando attenzione e risposte su una vicenda che interpella la diplomazia internazionale. Ciò mi ha permesso di chiarire un dato di realtà istituzionale: le rappresentanze diplomatiche estere in loco non hanno giurisdizione per intervenire sui vuoti normativi interni di un Paese sovrano. È dunque all’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, così come ai tavoli della diplomazia multilaterale e al Governo italiano, che spetta raccogliere le istanze di una mobilitazione globale, rispondendo a un’emergenza di civiltà che non può più essere ignorata.
Ho scritto anche alla criminologa Roberta Bruzzone, che mi ha risposto via email. La crudeltà deliberata verso gli animali, agita in gruppo, filmata e trasformata in contenuto da esibire, non può essere liquidata come una «bravata» adolescenziale: segnala una preoccupante compromissione dei meccanismi empatici e inibitori. Un singolo episodio non consente diagnosi né previsioni automatiche, ma è un importante indicatore di rischio, da valutare insieme alla storia personale, al contesto familiare e ad altri comportamenti antisociali. Bruzzone sottolinea anche il peso della spettacolarizzazione: quando la sofferenza viene registrata e condivisa per ottenere attenzione o approvazione nel gruppo, alla violenza si aggiungono ricerca di dominio, deresponsabilizzazione collettiva e trasformazione della vittima in un semplice oggetto scenico.
In questo cammino di resistenza etica, i confronti istituzionali e specialistici raccolti in questi mesi – dal dialogo con la rappresentanza diplomatica italiana a Pechino al rigore dei rilievi della dottoressa Bruzzone – non sono stati semplici riscontri formali, bensì il viatico necessario per non cedere all’isolamento. Sentirsi compresi e riconosciuti nella propria indignazione alimenta forze nuove, dissipando il senso di solitudine che spesso avvolge chi sceglie di dare voce a chi non ha parola. Al contempo, la densità e la vastità dell’attenzione suscitata da queste denunce costituiscono il sintomo inequivocabile di una verità ancor più perturbante: la realtà è persino più grave e stratificata di quanto la superficie dei nostri schermi lasci intravedere.
LA SCELTA DI NON VOLTARSI DALL’ALTRA PARTE
Il silenzio è complicità, oltre che concime di questa atrocità. L’urgenza di un’inversione di rotta non è più un’ipotesi, ma un imperativo categorico per scongiurare il naufragio morale della nostra civiltà: servono risposte istituzionali e normative, a partire da leggi severissime contro la tortura animale online, perché l’assenza di standard penali internazionali lascia un’area di impunità in cui simili delitti si compiono con troppa facilità. Le rappresentanze diplomatiche devono fare pressione sui governi perché adottino leggi severe e garantiscano condanne reali, anche quando a commettere questi reati sono minorenni.
La cyber-intelligence internazionale deve trattare le reti di animal crush come tratta il narcotraffico o il terrorismo informatico, smantellandone i server e braccandone gli attori: sono reti criminali strutturate che lucrano sul sangue, e atrocità come quelle del Guangdong dimostrano che esiste un mercato oscuro in cui la sofferenza ha un prezzo. Quando la tortura diventa contenuto fruibile e il sadismo esibito uno status symbol digitale, siamo davanti a una nuova forma di patologia sociale.
Il grado di civiltà di una nazione non si misura soltanto dal PIL o dallo stato delle infrastrutture, ma dalla capacità di reprimere l’istinto predatorio che la nostra società non sembra aver sopito. La fine del mondo non arriverà con un cataclisma improvviso, ma strisciando dal basso, con l’accettazione passiva di barbarie come questa.
Chi vuole vivere secondo etica e morale non può restare semplice spettatore. O agiamo ora, ponendo la sacralità della vita al centro di ogni legge e di ogni trattato internazionale, o dovremo rassegnarci a un mondo in cui la prossima vittima, per pura e fredda statistica, potremmo essere noi.







