Con Primetime, la televisione diventa un incubo febbrile sul desiderio di vedere il male e sul piacere ancora più oscuro di essere lì a guardarlo
È il 2006. To Catch a Predator sta per conquistare la prima serata, le 21, dove dovrà vedersela con Lost. Il programma della NBC, condotto dall’ambiguo giornalista Chris Hansen, ha trasformato la cattura di uomini sospettati di pedofilia in uno spettacolo televisivo. Hansen ha trovato il palcoscenico che cercava, ma il passaggio in prima serata alza la posta: non basta più catturare i predatori. Bisogna trovarne di più estremi, più scandalosi, più televisivi.
Hansen non è un semplice giornalista cinico: è insieme predicatore, padre, narcisista, giustiziere, celebrità e buffone. Una creatura grottesca, convinta di stare dalla parte della giustizia ma incapace di accorgersi della propria trasformazione in spettacolo. Pattinson gli imprime una fisicità nervosa, quasi serpentina, e lo rende ipnotico. Non vogliamo stare con lui, non riusciamo a smettere di guardarlo. Proprio come accadeva con il trash televisivo degli anni Duemila, quando il disgusto non era un motivo per cambiare canale, ma una parte del piacere di restare incollati allo schermo. Con Dan Plum, interpretato da Skyler Gisondo, il film sposta lo sguardo da Hansen a ciò che accade dietro la telecamera. Dan è un giovane attore che interpreta le false prede minorenni e accetta il lavoro per una ragione semplice: accumulare abbastanza ore da ottenere l’accesso alla Screen Actors Guild. Ma entrando nella produzione scopre progressivamente il prezzo di quel lavoro. Gisondo gli dà una vulnerabilità trattenuta, senza sentimentalismi, e diventa il contrappunto umano al narcisismo di Hansen.
Primetime è una commedia nera sul capitalismo dello spettacolo, un mondo in cui ogni cosa può diventare immagine e ogni tragedia contenuto. Il riferimento più evidente è Oliver Stone, soprattutto quello di Talk Radio. Nel film del 1988, Stone chiude il conduttore Barry Champlain dentro il suo studio e trasforma il microfono in un’arma: rabbia, razzismo, sesso, solitudine e violenza entrano nella trasmissione e diventano spettacolo. Il pubblico non è più soltanto spettatore: con le proprie ossessioni, alimenta il programma. Primetime riprende lo stesso cortocircuito e sostituisce il microfono con la telecamera. Il regista esordiente, Oppenheim, assorbe nel proprio linguaggio il trash televisivo, la paranoia post-11 settembre, il reality show, i videoclip Y2K. Grana, VHS, digitale, colori acidi, immagini sporche. La fotografia non ricostruisce semplicemente gli anni Duemila: ne restituisce la febbre, la sporcizia, il rumore. È un cinema infettato dalla peggiore televisione, oltre Oliver Stone verso un deterioramento alla Harmony Korine.
E quella televisione, vista oggi, non sembra affatto appartenere al passato. Nel 2006 servivano una troupe, una rete, un produttore, un conduttore. Bisognava conquistarsi una fascia oraria e aspettare che qualcuno accendesse il televisore. Oggi basta un telefono. La gogna non è nata con i social: i social l’hanno resa accessibile a tutti. Quella vecchia televisione è il prototipo del nostro presente. Sorvegliare, smascherare, esporre, trasformare la morale in contenuto. Cambia lo schermo, non il desiderio. E quando tutti possono guardare e tutti possono essere guardati, la distinzione tra chi sta davanti alla telecamera e chi la controlla finisce per saltare. Non aspettiamo più la prima serata, perché viviamo dentro una prima serata senza fine.







