La miopia degli italiani

Una tipica estate italiana. Sabbia, mare, notti da ricordare. O da dimenticare. Come quella del concerto di Salmo dello scorso 13 agosto a Olbia. E, ancora, il rave party, per sua natura illegale, nel viterbese, a Valentano, sgomberato solo dopo cinque giorni di scelleratezza. In entrambi i casi, si contano migliaia di persone e nessun controllo per il contenimento del contagio da Covid-19, che, ricordiamo, c’è ancora, e tornerà prepotentemente in autunno. Ma, adesso, a giochi conclusi, polemizzare sull’accaduto non ha più senso, les jeux sont faits. Guardiamo oltre.

Il concerto, la festa abusiva, la folla che, per una notte (o quattro) da ricordare ne subirà le conseguenze per un altro lungo inverno, sono il quadro di un popolo senza lungimiranza. Di un Paese che, ormai, naviga a vista. Boccone amaro da buttare giù, ma è la realtà. Persone stanche di restrizioni, di imposizioni “dall’alto”, di limitazioni alla libertà; tanta, troppa, gente che non ha voluto capire il perché di queste misure, che, sì, implicano il sacrificio da parte di tutti, ma necessarie nel breve termine, per garantirci una prospettiva migliore degli ultimi due anni.

Siamo lontani ma simili ai cittadini di Orano, città algerina protagonista del romanzo di Camus, colpita dalla peste, che, in preda a paura, nostalgia, sconforto, hanno condiviso, insieme, la sciagura – sottolineo, insieme. Coscienti di non uscirne se non attraverso una tacita cooperazione, che si rifletteva nella vita di tutti i giorni. Un’illuminazione che pare non palesarsi agli occhi di noi italiani. Pronti a vivere una notte da leoni, ma un altro anno da reclusi.

Vaccini e green pass avrebbero dovuto aiutare una ripartenza in sicurezza, ma anche questi sono stati sottoposti alla gogna mediatica. Perché, invece, non abbiamo valutato i vantaggi a lungo termine di queste misure di sicurezza? Perché non pensiamo a come garantirci un ritorno alla normalità il prima possibile?  Perché non siamo in grado di vedere oltre la siepe del sabato sera? La verità è che abbiamo perso il senso di comunità, quello che ci permette di vedere e combattere per una causa comune. O, forse, non lo abbiamo mai avuto. E il Covid-19 non ha fatto altro che acuire il divario tra di noi – colleghi, coinquilini, amici. La pandemia non ha fatto altro che aumentare il nostro individualismo, dolore cronico del ventunesimo secolo.

Ci avevamo creduto. In un ritrovato amor di patria. In quei mesi passati tra quattro mura. Ma non ha fatto per noi, evidentemente. Abbiamo preferito ignorare la paura, la frustrazione, l’incertezza che ci hanno unito in quelle interminabili giornate. È stato più semplice tornare alla vita di sempre, fare finta di lasciarsi tutto alle spalle. Abbiamo deciso di non guardare oltre, di pensare al nostro attimo di felicità fittizia. Abbiamo deciso di essere egoisti, di seguire le teorie complottiste, di manifestare, discutibilmente, contro affronti alla libertà personale. E, nel frattempo, abbiamo perso – se mai avuta – la nostra coscienza collettiva.

I cittadini di Orano hanno aspettato un siero contro la peste per tanto tempo. Nel mentre, si susseguivano le stagioni e innumerevoli persone morivano morte. Persone che erano disposte a tutto pur di vivere un giorno in più. Noi, adesso, abbiamo la possibilità, nonostante il prezzo in decessi che abbiamo pagato nell’ultimo anno, di uscirne, più o meno illesi. Ma, evidentemente, preferiamo anteporre timori antiscientifici basati su teorie lette sul gruppo di Facebook. Perché, in fondo, abbiamo perso la capacità di vedere al di là del nostro giardino. Abbiamo perso la vista. Siamo diventati ciechi di fronte ai problemi che ci richiamano a un’azione collettiva nel lungo periodo; incapaci di pensare con lungimiranza al nostro futuro, personale e comunitario; impossibilitati di vedere che, le nostre scelte individuali, inevitabilmente influenzano le vite degli altri. Siamo diventati miopi. Abbiamo scelto il presente, dimenticandoci del futuro del nostro Paese.

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