Per convincere l’Iran ad accettare nuove limitazioni sul proprio programma nucleare, Washington ha appena deciso di aiutare il principale rivale regionale di Teheran a svilupparne uno civile. È un apparente paradosso che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione la strategia americana in Medio Oriente.
L’accordo sul nucleare civile firmato tra Stati Uniti e Arabia Saudita non riguarda soltanto la costruzione di nuove infrastrutture energetiche o la possibilità per Riad di ridurre la propria dipendenza dal petrolio. Dietro il linguaggio tecnico degli accordi di cooperazione nucleare si nasconde in realtà una partita molto più ampia, nella quale il vero interlocutore degli Stati Uniti non è soltanto il regno saudita, ma soprattutto l’Iran. La decisione di Washington di aprire alla cooperazione con Riad arriva in una fase in cui il Medio Oriente cerca un nuovo equilibrio dopo mesi di guerra e tensioni crescenti. Il conflitto tra Israele e Hamas ha modificato gli equilibri regionali, gli scontri diretti tra Israele e Iran hanno mostrato quanto sia fragile la linea che separa la deterrenza da una guerra aperta e il programma nucleare iraniano è tornato al centro della diplomazia internazionale.
È in questo contesto che va interpretata l’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita, in cui, formalmente, l’obiettivo è consentire a quest’ultimo di sviluppare un programma nucleare civile destinato alla produzione di elettricità, liberando così maggiori quantità di petrolio per l’esportazione. Una necessità legata alla trasformazione economica voluta dal principe ereditario Mohammed bin Salman attraverso il progetto Vision 2030, che punta a ridurre la dipendenza dell’economia saudita dagli idrocarburi, ma la dimensione energetica spiega solo una parte della storia se si considera che per Washingtonl’accordo rappresenta soprattutto uno strumento per rafforzare la propria presenza strategica nel Golfo e impedire che Cina e Russia possano occupare uno spazio crescente nella cooperazione tecnologica con Riad. Negli ultimi anni Pechino ha dimostrato di poter giocare un ruolo politico nella regione, arrivando nel 2023 a favorire il riavvicinamento diplomatico tra Arabia Saudita e Iran. Un risultato questo, che aveva rappresentato un segnale evidente del cambiamento degli equilibri mediorientali e della crescente competizione tra grandi potenze. Se è comunque chiaro che Stati Uniti restano il principale attore militare nella regione, la loro influenza non è più incontrastata come in passato e dunque per questo il rapporto con l’Arabia Saudita torna a essere centrale. La cooperazione nucleare diventa così parte (fondamentale, ne abbiamo parlato più volte, n.d.r) di una più ampia strategia di contenimento dell’influenza iraniana e di ricostruzione di un sistema regionale nel quale Washington possa mantenere un ruolo dominante.
Il dossier nucleare saudita
Il problema è che proprio il dossier nucleare saudita rischia di complicare il negoziato che gli Stati Uniti vorrebbero riaprire con Teheran. Il punto più delicato dell’accordo riguarda infatti la questione dell’arricchimento dell’uranio: la differenza tra un programma nucleare civile e una possibile capacità militare passa soprattutto da qui considerando che un paese che possiede la tecnologia per arricchire uranio può, almeno teoricamente, arrivare a produrre materiale fissile utilizzabile per un’arma nucleare. Questo è il motivo per cui gli Stati Uniti hanno storicamente cercato di limitare questa possibilità negli accordi con i propri alleati. Nel 2009 gli Emirati Arabi Uniti accettarono di rinunciare formalmente all’arricchimento e al riprocessamento del combustibile nucleare in cambio della cooperazione americana. Quel modello è diventato per anni il riferimento della politica di non proliferazione statunitense nel Golfo. Nel caso saudita, invece, il quadro appare meno definito: l’accordo non autorizzerebbe immediatamente Riad a sviluppare capacità di arricchimento, ma lascerebbe aperto un percorso di valutazione futura attraverso studi tecnici e negoziati successivi. Una zona grigia quindi, che ha sollevato dubbi tra diversi legislatori americani e tra gli esperti di sicurezza nucleare. Donald Trump ha cercato di chiarire la questione sostenendo che l’intesa riguarderà esclusivamente l’uso civile dell’energia atomica e che non sarà consentito alcun arricchimento, ma la precisazione del presidente americano ha aperto un nuovo interrogativo: se Washington esclude oggi questa possibilità per Riad, quali saranno le condizioni che verranno poste domani? E soprattutto, come verrà interpretata questa scelta dall’Iran?
La posizione iraniana
Per Teheran il problema è evidente. Da anni la Repubblica islamica sostiene che il proprio programma nucleare abbia finalità pacifiche e che il diritto all’arricchimento dell’uranio sia garantito dal Trattato di non proliferazione. Gli Stati Uniti e i loro alleati, invece, ritengono che il livello raggiunto dall’Iran abbia ormai superato le necessità di un normale programma civile e ridotto drasticamente il tempo necessario per un eventuale sviluppo militare. È questa la contraddizione al centro della nuova fase diplomatica: Washington chiede all’Iran di accettare nuove limitazioni mentre concede al suo principale rivale regionale la possibilità di entrare nel settore nucleare civile con il sostegno americano. Dal punto di vista iraniano, il rischio è che questa scelta venga letta come l’ennesima dimostrazione di una politica fondata su due pesi e due misure. La storia recente del dossier nucleare iraniano è segnata proprio da questa mancanza di fiducia.
Nel 2015 Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania raggiunsero con Teheran il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo che prevedeva limiti significativi al programma nucleare iraniano in cambio della rimozione progressiva delle sanzioni economiche. Per alcuni anni il meccanismo funzionò: gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica verificarono il rispetto degli impegni iraniani e sembrò possibile una fase di distensione. La svolta arrivò nel 2018, quando Trump decise di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dall’accordo, sostenendo che il JCPOA fosse troppo debole e non affrontasse né il programma missilistico iraniano né il sostegno di Teheran ai gruppi armati nella regione. La decisione americana provocò una reazione prevedibile. L’Iran iniziò gradualmente ad allontanarsi dagli obblighi previsti dall’accordo, aumentando il livello di arricchimento dell’uranio e limitando la collaborazione con gli ispettori internazionali. Oggi naturalmente, il tentativo di costruire un nuovo accordo parte da una posizione molto più difficile rispetto al 2015 visto che la fiducia tra le parti è quasi completamente scomparsa e il contesto regionale è diventato più instabile. Eppure, nonostante le tensioni e gli scontri militari, il canale diplomatico non è mai stato completamente chiuso.
La deterrenza statunitense
Il vero obiettivo della diplomazia americana, dunque, sembra essere quello di utilizzare il nuovo equilibrio regionale per riportare l’Iran dentro un quadro negoziale. La partita con Teheran resta infatti il nodo centrale della strategia statunitense in Medio Oriente: senza un’intesa sul nucleare iraniano, qualsiasi tentativo di stabilizzazione della regione rischia di rimanere incompleto. I colloqui tra Stati Uniti e Iran sono proseguiti anche nei momenti di maggiore tensione attraverso canali indiretti, soprattutto con la mediazione dell’Oman, che negli ultimi anni ha svolto un ruolo discreto ma fondamentale nel mantenere aperto un contatto tra le due parti. Washington ha cercato di costruire un’intesa diversa dal vecchio JCPOA, più limitata ma maggiormente sostenibile sul piano politico: un accordo che garantisca verifiche sul programma nucleare iraniano e impedisca a Teheran di avvicinarsi alla soglia militare, senza necessariamente riproporre l’intero impianto del 2015.L’Iran, però, arriva al tavolo negoziale da una posizione diversa rispetto al passato: la Repubblica islamica non vuole più accettare un accordo percepito come una rinuncia unilaterale alle proprie capacità strategiche. Dopo il ritiro americano del 2018, il messaggio prevalente all’interno della leadership iraniana è che qualsiasi nuova intesa debba includere garanzie più solide sul rispetto degli impegni da parte degli Stati Uniti e un alleggerimento concreto delle sanzioni economiche.
La partita strategica dietro l’accordo nucleare
Per Teheran, il problema quindi non è soltanto tecnico: laquestione nucleare è diventata uno strumento di sicurezza nazionale e di sopravvivenza politica. Il regime iraniano considera il proprio programma atomico una forma di deterrenza in una regione dove Israele possiede un arsenale nucleare non dichiarato e dove gli Stati Uniti mantengono una presenza militare significativa. Accettare limitazioni permanenti senza ottenere in cambio un riconoscimento politico e una prospettiva economica stabile appare quindi difficile da sostenere internamente. Anche per questo il dossier saudita rappresenta una variabile decisiva: l’Arabia Saudita ha più volte dichiarato di voler sviluppare un programma nucleare civile, ma ha anche lasciato intendere che, se l’Iran dovesse arrivare a una capacità militare, Riad non accetterebbe di rimanere indietro. La dichiarazione più significativa arrivò già nel 2018, quando il principe Mohammed bin Salman affermò che il regno avrebbe cercato di dotarsi di un’arma nucleare se Teheran avesse compiuto quel passo. È questa la principale preoccupazione degli esperti di non proliferazione: il rischio che un accordo pensato per stabilizzare il Medio Oriente finisca per accelerare una competizione nucleare regionale. Se all’Iran venisse riconosciuta una capacità di arricchimento limitata e all’Arabia Saudita fosse consentito un percorso simile, altri paesi potrebbero rivendicare lo stesso diritto. Egitto e Turchia, in particolare, osservano da anni con interesse lo sviluppo delle capacità nucleari civili nella regione. Il rischio è quindi quello di creare un nuovo equilibrio basato non sulla riduzione delle ambizioni nucleari, ma sulla loro progressiva normalizzazione. È qui che emerge la principale scommessa americana: Washington sembra ritenere che il modo migliore per contenere l’Iran non sia soltanto attraverso la pressione militare e le sanzioni, ma attraverso la costruzione di una nuova architettura regionale nella quale gli alleati degli Stati Uniti siano più integrati tra loro. In questo schema, la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele assume un ruolo centrale. Gli Accordi di Abramo, promossi durante il primo mandato Trump, rappresentano per la Casa Bianca uno degli strumenti principali per ridefinire il Medio Oriente attraverso una rete di rapporti diplomatici ed economici tra Israele e i paesi arabi.
Il problema è che il dossier palestinese continua a rappresentare l’ostacolo principale. Riad ha più volte chiarito che una normalizzazione con Israele richiederebbe un percorso credibile verso la creazione di uno Stato palestinese. Una posizione resa ancora più difficile dalla guerra a Gaza e dalla pressione dell’opinione pubblica araba con il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu che, invece, ha finora escluso concessioni significative sulla questione palestinese. Per questo la richiesta di Trump di collegare l’accordo nucleare saudita agli Accordi di Abramo rischia di trasformare una trattativa già complessa in un negoziato ancora più difficile.
La domanda centrale è quindi se questa strategia americana riuscirà davvero a produrre stabilità oppure se creerà nuove contraddizioni. Da una parte Washington punta a rafforzare il fronte degli alleati regionali, impedire una maggiore influenza cinese e russa nel Golfo e ottenere un nuovo accordo con Teheran che limiti il rischio nucleare, dall’altra, però, ogni concessione fatta all’Arabia Saudita rischia di rendere più complicato convincere l’Iran ad accettare restrizioni sul proprio programma. La diplomazia americana si trova oggi davanti a un bilanciamento molto fragile: per convincere Teheran a rinunciare a una parte delle proprie ambizioni nucleari, gli Stati Uniti devono dimostrare che il sistema regionale che stanno costruendo non è semplicemente uno strumento per isolare l’Iran. Ma per Israele e per molti alleati arabi, invece, il contenimento della Repubblica islamica resta la priorità assoluta.
La vera partita, dunque, non si gioca nelle centrali nucleari che potrebbero sorgere nel deserto saudita ma nei tavoli negoziali dove Washington e Teheran cercano di capire se esista ancora uno spazio per un compromesso. L’accordo con Riad può diventare il primo passo verso una nuova fase diplomatica oppure il simbolo di una nuova divisione regionale. Tutto dipenderà dalla capacità degli Stati Uniti di trasformare una serie di accordi separati – il nucleare saudita, la sicurezza del Golfo, la normalizzazione con Israele e il negoziato con l’Iran – in un unico disegno politico. Per ora, però, il paradosso rimane. Gli Stati Uniti stanno cercando di impedire una nuova corsa nucleare in Medio Oriente mentre aprono la strada a un programma nucleare civile per il principale rivale regionale dell’Iran. La differenza tra una scelta strategica e un errore di calcolo potrebbe dipendere proprio da ciò che accadrà a Teheran nei prossimi mesi.







