C’è un’immagine che più di altre racconta l’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite: non è quella di Benjamin Netanyahu al podio ma quella delle file di delegati che, quando il primo ministro israeliano comincia a parlare, si alzano e lasciano l’aula. Un gesto politico, sicuramente, ma soprattutto un gesto simbolico: il suo discorso si è aperto davanti a un’assemblea che, almeno in parte, ha scelto di non ascoltarlo. Netanyahu ha reagito come spesso fa quando viene contestato: trasformando la contestazione in una prova della propria tesi. Attonito (forse) ma sorridente, ha definito i delegati che uscivano dei “codardi morali” e ha invitato chiunque condividesse quella posizione a seguirli ed è qui il punto geopolitico della giornata, con il leader israeliano che non è apparso semplicemente contestato, piuttosto sempre più isolato in una delle sedi che dovrebbero rappresentare, almeno idealmente, il confronto fra gli Stati. Tuttavia, la scena dell’aula non racconta tutta la storia.
Il discorso di Netanyahu
Il primo ministro israeliano ha utilizzato la tribuna dell’ONU per difendere la condotta di Israele nella guerra contro Hamàs e per respingere le accuse relative a Gaza. Il suo argomento centrale è rimasto quello già espresso negli ultimi anni: Israele, secondo Netanyahu, non sta conducendo una guerra contro il popolo palestinese, ma sta combattendo Hamàs e difendendo i propri cittadini dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Ha quindi respinto l’accusa di genocidio e ha sostenuto che il suo esercito avrebbe impedito, attraverso la propria azione militare, che fosse Israele stesso a subire un genocidio. Nel suo intervento ha inoltre rivendicato il comportamento dell’esercito israeliano e accusato i suoi critici di deformare i fatti. Il passaggio più significativo, però, è stato forse quello rivolto direttamente a Zohran Mamdani, il sindaco di New York, che Netanyahu ha attaccato personalmente definendolo “antisemita” e accusandolo di contribuire a rendere meno sicura la vita degli ebrei nella città. Mamdani aveva definito Netanyahu un criminale di guerra e aveva dichiarato di voler applicare, qualora ne avesse avuto il potere, il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale: Netanyahu ha risposto accusandolo di sostenere Hamàs e di diffondere “menzogne” contro Israele. Questo è un elemento che dice molto del momento politico israeliano, considerando che il discorso internazionale di Netanyahu non è stato rivolto soltanto ai governi stranieri ma è sembrato orientato contemporaneamente al pubblico israeliano, alla diaspora e all’opinione pubblica americana trasformando, di fatto, la tribuna dell’ONU anche in un’arena riguardo la politica interna.
La questione che non scompare: Gaza
Il problema, per Netanyahu, è che il quadro internazionale è cambiato. All’apertura del dibattito generale, il segretario generale, António Guterres, aveva parlato di una situazione a Gaza caratterizzata da una scala di uccisioni e distruzione senza precedenti nella sua esperienza e aveva richiamato gli Stati al rispetto del diritto internazionale e delle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia. Aveva inoltre denunciato violenza, sfollamenti ed espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, sostenendo che queste dinamiche stiano allontanando la prospettiva dei due Stati. È difficile, dunque, separare il discorso di Netanyahu dal contesto nel quale è stato pronunciato con Israele che continua a presentare la propria guerra come una risposta necessaria al 7 ottobre e come una lotta contro Hamàs ma con, dall’altra, sempre più governi, istituzioni internazionali e segmenti dell’opinione pubblica occidentale che contestano la proporzionalità e le conseguenze dell’operazione israeliana a Gaza. Questo non significa che esista una posizione internazionale uniforme, perché di fatto, non esiste. Analiticamente, significa che la capacità di Israele di presentare la propria versione dei fatti come una posizione condivisa dall’Occidente appare oggi molto più limitata rispetto al passato.
Le reazioni all’esterno del Palazzo di Vetro
Fuori dal Palazzo di Vetro, intanto, andava in scena un’altra rappresentazione, con centinaia di manifestanti che si sono radunati a Manhattan contro la presenza di Netanyahu. Secondo Reuters, la protesta organizzata da Jewish Voice for Peace ha raccolto circa 200 persone; altre fonti hanno parlato di diverse centinaia di partecipanti. I manifestanti hanno bloccato una parte di First Avenue, costringendo la polizia a intervenire. Gli slogan erano rivolti contro la guerra a Gaza e contro la presenza stessa di Netanyahu alle Nazioni Unite, con cartelli “Fund people, not bombs” (ossia “Finanziate le persone, non le bombe”, con chiaro riferimento all’utilizzo dei fondi pubblici) e “Free Palestine” (“Palestina libera”). Alcuni manifestanti hanno scandito “Let Gaza live” (“Lasciate in pace Gaza”, “Lasciate vivere Gaza”). Ma non si è trattato soltanto di una manifestazione palestinese: alla protesta hanno partecipato anche ebrei americani, attivisti, esponenti politici e personalità dello spettacolo. Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti della giornata newyorkese: la contestazione per Netanyahu non è rimasta confinata al mondo arabo o filo-palestinese, è arrivata anche da una parte dell’ebraismo americano e da ambienti progressisti della società statunitense.
Susan Sarandon, il volto della protesta
Tra le persone fermate dalla polizia c’era Susan Sarandon. L’attrice premio Oscar è stata arrestata mentre partecipava alla protesta insieme ad altri manifestanti. Con lei sono state fermate, tra gli altri, l’attrice Hannah Einbinder, la candidata democratica al Congresso Darializa Avila Chevalier e il consigliere comunale di New York Chi Osse. Le ricostruzioni sul numero complessivo degli arresti sono variate nel corso della giornata: Reuters inizialmente ha riferito di almeno 30 persone fermate; successivamente diverse fonti hanno parlato di oltre 100 arresti. La polizia aveva ordinato ai manifestanti di liberare la strada e i fermi sono avvenuti dopo che una parte del gruppo è rimasta seduta sulla carreggiata. Ma il dettaglio di Sarandon non è marginale: la sua presenza trasforma una protesta politica in un’immagine destinata a circolare molto oltre New York, in cui una celebrità americana viene ammanettata mentre protesta contro il premier israeliano proprio nel momento in cui quest’ultimo entra nel palazzo delle Nazioni Unite per difendere davanti al mondo la condotta del proprio governo. È una fotografia potente, molto potente, della polarizzazione americana sul conflitto che mostra anche quanto la questione israeliana-palestinese sia ormai entrata nel cuore del dibattito politico e culturale statunitense.
Netanyahu è ora davvero solo?
Israele non è isolata in senso assoluto, nemmeno diplomaticamente, considerando, in primis, che gli Stati Uniti restano un alleato fondamentale. Netanyahu inoltre, durante il viaggio a New York, ha avuto incontri programmati con diversi leader, tra cui i presidenti di Argentina, Bolivia, Paraguay, Panama ed Etiopia e il vicepresidente della Colombia, oltre ai primi ministri di Grecia, Slovenia e Papua Nuova Guinea. L’ufficio del primo ministro israeliano ha inoltre affermato che molti altri leader avevano chiesto di incontrarlo, ma che il calendario non consentiva di accogliere tutte le richieste.
La parola “solitudine” c’è, ma va intesa soprattutto come immagine politica. È la solitudine di un leader che arriva alle Nazioni Unite per parlare della legittimità della propria guerra e si trova davanti un’assemblea in cui decine di delegazioni scelgono di uscire ed è la solitudine di un premier che deve dedicare una parte significativa del proprio intervento a rispondere alle accuse provenienti dall’esterno e a contestare apertamente il sindaco della città che lo ospita; è, ancora, la solitudine di un governo che continua a rivendicare la propria guerra come necessaria e difensiva mentre una parte crescente del mondo la legge attraverso la devastazione di Gaza. Ma è anche una solitudine relativa, perché Israele conserva alleanze, rapporti diplomatici e sostenitori importanti. Ed è proprio questa contraddizione a rendere interessante la fotografia dell’ONU.
Un’Assemblea divisa, non un monito unanime
Il rischio è leggere il walkout come se rappresentasse automaticamente l’intera comunità internazionale. Non è così. L’Assemblea generale dell’ONU resta uno spazio profondamente frammentato, aspetto che si era visto già nei giorni precedenti, quando gli Stati membri avevano approvato con 152 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astensioni una risoluzione che consentiva al presidente palestinese Mahmoud Abbas di intervenire in videoregistrazione durante il dibattito generale, dopo che gli Stati Uniti avevano negato alla delegazione palestinese l’ingresso necessario per una partecipazione in presenza. Israele, Stati Uniti e Paraguay avevano votato contro. È una istantanea numerica che aiuta a comprendere la distanza diplomatica che si è creata. Ma anche in questo caso bisogna evitare di confondere una maggioranza dell’Assemblea generale con una politica internazionale realmente uniforme, considerando che le Nazioni Unite riflettono il sistema internazionale: ne mostrano le fratture, non le cancellano, con la frattura sulla guerra di Gaza che ad oggi è una delle più profonde.
La strategia regge sul consenso?
Alla fine, la questione non è se Netanyahu sia stato applaudito o contestato all’ONU e se questo ne faccia un perdente solitario ma la domanda è un’altra: quanto può durare una strategia politica fondata sulla convinzione che Israele possa continuare la guerra contando sulla propria capacità militare e sul sostegno dei suoi alleati, mentre il consenso internazionale intorno alla condotta della guerra continua a restringersi? È questa la tensione che la scena di New York ha reso visibile. Dentro il Palazzo di Vetro, Netanyahu ha detto che Israele non sarà messo a tacere mentre fuori, centinaia di persone gli hanno risposto protestando e dentro l’aula, prima ancora che il premier israeliano arrivasse al cuore del suo discorso, decine di delegati avevano già scelto di andarsene.
La politica internazionale, naturalmente, non si misura soltanto con un gesto simbolico anche se i simboli, in diplomazia, contano particolarmente e quello di ieri è stato difficilmente equivocabile: un premier israeliano che parla alla comunità internazionale mentre una parte di quella stessa comunità sceglie di voltargli le spalle. La solitudine di Netanyahu, allora, non è quella di un uomo rimasto senza alleati, è quella, più complessa e più significativa, di un leader che continua ad avere alleati potenti ma che fatica sempre più a trovare consenso attorno alla propria descrizione della guerra. Questa è la fotografia più impattante uscita ieri dalle Nazioni Unite.







