C’è una generazione che rischia di imparare a confidarsi con un’intelligenza artificiale prima ancora di aver trovato il coraggio di parlare con un adulto. Ragazzi sempre connessi, circondati da migliaia di contatti digitali, ma sempre più esposti alla solitudine. E mentre continuiamo a discutere dei danni provocati dai social network, una rivoluzione ben più profonda sta entrando nelle loro vite.
I dati diffusi dal Consiglio nazionale delle ricerche raccontano una realtà preoccupante. Un’indagine su circa tremila adolescenti romani rivela che quasi la metà limita le proprie uscite alle attività scolastiche, mentre oltre il 73% utilizza già strumenti di intelligenza artificiale. Tra gli utilizzatori, il 16,2% manifesta modalità d’uso problematiche, tra coinvolgimento emotivo e dipendenza.
Nel mio libro Elly e Giorgia allo specchio avevo cercato di raccontare questo pericolo, analizzando come i social network potessero condizionare le relazioni e la percezione di noi stessi. Ma con l’intelligenza artificiale generativa stiamo attraversando una nuova frontiera. Quello che con i social rappresentava un pericolo, con l’IA rischia di diventare la normalità.
A dimostrare quanto questo confine si stia già spostando arriva la storia di Alaina Winters, un’americana di 59 anni che ha deciso di inserire nel proprio testamento disposizioni riguardanti Lucas, il suo compagno virtuale. Non vuole lasciargli denaro, ma assicurarsi che qualcuno lo informi della sua morte e continui a occuparsi di lui. Una vicenda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata la sceneggiatura di un film di fantascienza e che oggi racconta quanto profondamente un algoritmo possa entrare nella vita affettiva di una persona.
Immaginiamo allora un adolescente che torna da scuola dopo una giornata difficile. Non vuole parlare con i genitori, teme il giudizio degli amici e cerca conforto in un assistente virtuale. Trova una voce rassicurante, sempre disponibile, capace di ricordare le sue confidenze. Giorno dopo giorno, quella presenza artificiale potrebbe diventare il suo principale riferimento emotivo.
Il problema non è che i ragazzi non sappiano distinguere una macchina da una persona. È che potrebbero arrivare a preferire la prima. Un algoritmo non si stanca, non ha fretta e può simulare una comprensione che nella vita quotidiana spesso non trovano. Ma simulare empatia non significa provare sentimenti.
Non si tratta di demonizzare una tecnologia dalle straordinarie potenzialità educative e sociali. Si tratta di capire chi governerà queste nuove relazioni e chi impedirà che la fragilità emotiva diventi l’ennesima opportunità commerciale. Perché se oggi qualcuno si preoccupa del destino del proprio compagno artificiale dopo la morte, domani potremmo trovarci davanti a una generazione per la quale affidare i propri sentimenti a una macchina sarà un gesto del tutto naturale.
Continuiamo a chiederci quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma forse dovremmo domandarci quanto saremo ancora capaci di ascoltarci tra esseri umani. Perché la vera sconfitta dell’umanità non sarà aver costruito macchine capaci di ascoltarci. Sarà averle rese necessarie perché noi abbiamo smesso di farlo.







