Nel giro di 18 ore, tra il 10 e l’11 settembre, gli Houthi hanno completato una delle avanzate militari più significative della guerra yemenita: hanno conquistato l’ultimo tratto di costa ancora in mano alle forze governative, prendendo il controllo dell’intero litorale yemenita sul Mar Rosso. Con Mocha già caduta nei giorni precedenti, la milizia sostenuta dall’Iran ha travolto Dhubab e Murad, per poi spingersi in mare aperto e occupare le isole strategiche di Mayyun (Perim), Piccola Hanish e Grande Hanish. Un funzionario del governo yemenita riconosciuto internazionalmente lo ha ammesso senza giri di parole all’agenzia France Presse: “Tutto ciò che era sotto il nostro controllo sulla costa occidentale è caduto”.
È una notizia passata con un’eco relativamente contenuta rispetto alla sua portata. Ma non è un episodio di cronaca locale da relegare alle pagine estere: è un cambio di mano su una delle infrastrutture invisibili da cui dipende, ogni giorno, il funzionamento dell’economia globale — Italia inclusa.
Un collo di bottiglia largo 26 chilometri
Bab al-Mandeb si trova all’estremità meridionale del Mar Rosso, stretto tra la penisola arabica (lo Yemen) e il Corno d’Africa (Gibuti ed Eritrea). Nel suo punto più angusto misura appena 26 chilometri di canale navigabile: da qui transita circa il 12% del commercio mondiale, il collegamento diretto tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso che, attraverso il Canale di Suez, sfocia nel Mediterraneo. È l’alternativa a settimane di navigazione intorno al Capo di Buona Speranza.
La sua rilevanza strategica è certificata dalla geografia militare della regione: sulla sponda africana, a Gibuti, hanno una base stabile — fatto raro in un’unica località — Stati Uniti, Francia, Cina, Giappone e la stessa Italia. Non è un dettaglio da sottovalutare, ma è la fotografia di quanto le potenze globali considerino quel tratto di mare imprescindibile per i propri interessi commerciali e di sicurezza. Quando cinque potenze con visioni del mondo opposte scelgono di presidiare militarmente lo stesso fazzoletto di costa, è perché nessuna di loro può permettersi di scoprirlo.
Due stretti, una sola tenaglia
Ed è qui che la notizia smette di essere “un’altra offensiva in Yemen” e diventa un problema sistemico. Quello che rende la mossa Houthi particolarmente delicata è la sua collocazione temporale: non arriva in un momento di normalità, ma mentre l’altra grande arteria petrolifera del pianeta, lo Stretto di Hormuz, è già bloccata dalla guerra in corso tra Stati Uniti e Iran. L’Arabia Saudita aveva reagito a quel primo shock dirottando gran parte delle sue esportazioni di greggio proprio verso il Mar Rosso, spingendo al massimo l’oleodotto Est-Ovest (la Petroline) fino al porto di Yanbu. Era, in sostanza, il piano B del più grande esportatore di petrolio al mondo. Con Bab al-Mandeb nelle mani di un alleato di Teheran, quel piano B smette di essere un’assicurazione affidabile.
Questo è il punto che dovrebbe preoccupare, ed è più concreto di quanto suoni: non si tratta più di “uno stretto a rischio”, ma dei due principali stretti petroliferi del pianeta sotto pressione contemporaneamente, entrambi con l’Iran o i suoi alleati in posizione di controllo o di minaccia diretta. Secondo le stime dell’agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA) — una fonte specialistica che vale la pena segnalare come tale — il traffico di petrolio attraverso Bab al-Mandeb è più che raddoppiato nell’ultimo anno, proprio perché ha assorbito il traffico deviato da Hormuz. Se entrambi gli snodi restassero bloccati contemporaneamente, verrebbe interrotto circa il 30% del petrolio trasportato via mare a livello globale: non una percentuale marginale, ma una quota capace di ridisegnare i prezzi dell’energia per mesi. Il greggio, non a caso, ha già superato i 100 dollari al barile.
Gli Houthi, dal canto loro, hanno cercato di limitare l’allarme internazionale: il portavoce del movimento, Hazam al-Assad, ha garantito che la navigazione nello stretto resterà “libera e sicura per tutti”, a eccezione delle navi saudite, a cui è stato imposto il divieto di transito. È una rassicurazione che vale quanto la volontà politica di chi la pronuncia: utile a evitare un’escalation immediata con l’intera comunità internazionale, ma che lascia intatta — anzi, rafforza — la leva di pressione su Riyadh. Il messaggio implicito è che il controllo dello stretto può diventare selettivo in qualunque momento.
Un secondo fronte, senza firma
A complicare il quadro, un episodio distinto ma difficile da separare dal contesto: un attacco con droni, partiti dal territorio iracheno, ha colpito l’oleodotto Est-Ovest saudita, inducendo Riyadh a sospendere in via precauzionale il flusso. È importante essere precisi su questo punto: non è un’azione rivendicata dagli Houthi. Nessun gruppo se n’è attribuito la paternità; un’alleanza di milizie irachene filo-iraniane ha negato ogni coinvolgimento. Trump, interpellato dai giornalisti, ha detto di ritenere “probabile” un coinvolgimento iraniano, senza fornire prove pubbliche. Resta un tassello da trattare con cautela sul piano della responsabilità diretta — ma proprio l’ambiguità è parte del problema: se anche l’ultima via terrestre di aggiramento smette di essere sicura, per l’Arabia Saudita non resta più nessuna alternativa realmente protetta.
Il non-intervento di Washington
Di fronte all’avanzata Houthi, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha chiamato due volte Donald Trump esortandolo a un intervento militare diretto. Trump ha rifiutato: l’amministrazione americana non prevede azioni dirette contro gli Houthi, limitandosi a fornire a Riyadh supporto di intelligence per l’individuazione degli obiettivi. È una scelta che va letta per quello che segnala: gli Stati Uniti non considerano Bab al-Mandeb un fronte su cui vale la pena aprire un impegno militare diretto, lasciando all’Arabia Saudita l’onere di rispondere da sola — finora con due soli raid aerei sull’aeroporto di Mocha. Il risultato è che l’Iran, tramite un alleato che non gli costa un solo soldato regolare, ottiene un vantaggio negoziale che le armi americane non gli avrebbero concesso.
Teheran, dal canto suo, è uscita allo scoperto: in una nota ufficiale, la prima dall’inizio dell’offensiva sul Mar Rosso, il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto la fine del blocco saudita allo Yemen e la ripresa dei negoziati. Un consigliere della guida suprema iraniana ha parlato apertamente di “vittoria schiacciante” degli Houthi, rivendicando il ruolo di Teheran nell’aver spinto Washington e i suoi alleati in una condizione di stallo tattico e strategico su entrambi gli stretti. Detto senza giri di parole: l’Iran sta vincendo una partita geografica senza sparare direttamente un colpo.
Perché all’Italia conviene guardarci
Ed è qui che la vicenda smette di essere un affare mediorientale e diventa un problema italiano, per due canali molto concreti. Il primo è il prezzo: un’Italia strutturalmente dipendente dalle importazioni di energia assorbe in pieno ogni rialzo prolungato del rischio geopolitico su una rotta come questa, con effetti diretti su carburanti e bollette, in un autunno già segnato dalla discussione sul caro-energia. Il secondo è la logistica: se le compagnie di navigazione tornassero a deviare le rotte intorno al Capo di Buona Speranza — come già accaduto nella prima fase della crisi Houthi nel 2023-2024 — si tradurrebbe in settimane di navigazione in più, colli di produzione più lunghi e rincari che, con qualche mese di ritardo, arrivano puntualmente sugli scaffali. Non è uno scenario ipotetico: è già successo, ed è il motivo per cui la presenza militare italiana a Gibuti non va letta come un dettaglio protocollare, ma come la certificazione che Roma ha un interesse diretto — non solo commerciale — nella stabilità di quel tratto di mare.
Non più “se”, ma “come”
L’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha riassunto il punto centrale della crisi con una formula che vale la pena riportare: la questione, ha detto, non è più se la guerra yemenita si riaprirà su scala più ampia, ma come la comunità internazionale intenda rispondere a questa nuova fase, più pericolosa delle precedenti. È una domanda che riguarda gli equilibri del Golfo tanto quanto le bollette europee — un promemoria che la geografia dei conflitti, per quanto lontana, non lascia mai davvero fuori l’Italia.







