La scelta di Tajani di nominare Curtis, Pellacani e Derkach ambasciatrici dello sport riconosce una realtà che la geopolitica ha ormai reso evidente: un atleta, una competizione o un grande evento possono diventare strumenti di politica estera, promozione economica e costruzione dell’immagine di un Paese
Gli ultimi Europei di nuoto e atletica hanno consacrato un aspetto, finora poco mainstream, dello sport, ovvero la capacità di trasmettere messaggi socio-politici in chiave di posizionamento internazionale. Ecco che le medaglie contano, ma la vittoria comincia anche a raccontare qualcosa del Paese che rappresenta.
L’annuncio di Antonio Tajani sulla nomina di Sara Curtis, Chiara Pellacani e Dariya Derkach come ambasciatrici italiane dello sport nel mondo va letto anche in questa prospettiva. Il ministro degli Esteri ha definito lo sport uno strumento della politica estera, sottolineando come i risultati degli atleti possano contribuire all’immagine internazionale dell’Italia, alla sua attrattività e persino alla promozione dell’export. La Farnesina ha inoltre previsto, nell’ambito della propria struttura dedicata all’export, un ufficio specificamente rivolto allo sport. La notizia, apparentemente legata al mondo delle competizioni, racconta in realtà qualcosa di molto più grande. Racconta il progressivo ingresso dello sport nella cassetta degli attrezzi della politica internazionale.
Per molto tempo abbiamo considerato la geopolitica quasi esclusivamente attraverso le categorie tradizionali: eserciti, alleanze, energia, commercio o tecnologia. Oggi quelle categorie non sono scomparse, ma non bastano più. Gli Stati competono anche sulla capacità di attrarre e costruire reputazione tramite strumenti non-convenzionali. È il terreno del soft power, nel quale cultura, università, cinema, turismo e sport assumono un valore strategico.
Lo sport possiede però una caratteristica che pochi altri strumenti possono vantare: parla a un pubblico globale senza avere bisogno di una traduzione. Un atleta italiano che sale su un podio a Parigi, Tokyo o Los Angeles non sta pronunciando un discorso di politica estera. Eppure milioni di persone associano quel risultato alla bandiera che compare accanto al suo nome. È una forma di comunicazione internazionale estremamente potente proprio perché non appare come comunicazione istituzionale.
L’atleta non è un diplomatico nel senso tradizionale del termine. Ma può diventare un ambasciatore molto più riconoscibile di un diplomatico.
Il punto, per l’Italia, è particolarmente interessante. Il nostro Paese possiede un patrimonio sportivo che va ben oltre i campioni e i risultati. Comprende federazioni, società sportive, università, tecnici, medicina dello sport, ricerca, infrastrutture, organizzazione degli eventi e un’industria che si intreccia con turismo, moda, design, alimentazione e tecnologia. È esattamente il sistema al quale Tajani ha fatto riferimento parlando dei successi italiani come espressione di un Paese capace di fare squadra.
E qui lo sport diventa un asset non convenzionale di politica estera. Un grande evento può portare turisti e investimenti; un atleta può aumentare la visibilità di un Paese. Una squadra può diventare il punto di ingresso per relazioni con una comunità straniera e una federazione può costruire accordi internazionali. Lo stesso vale per atenei e università, i quali possono utilizzare lo sport per creare programmi con istituzioni estere e stringere alleanze in ottica di cooperazione internazionale.
La storia recente dimostra quanto lo sport sia ormai intrecciato alle relazioni internazionali. Le Olimpiadi sono da decenni una delle più grandi vetrine geopolitiche del pianeta. Le candidature per ospitare i Giochi, i Mondiali o altri grandi eventi non riguardano soltanto impianti e capacità organizzativa, bensì riguardano influenza e posizionamento internazionale. Anche la scelta di dove disputare una competizione, quali Paesi coinvolgere, quali relazioni costruire attraverso lo sport può assumere un significato politico.
Lo abbiamo visto quando lo sport è stato utilizzato come strumento di dialogo tra Paesi divisi. Lo abbiamo visto, al contrario, quando è diventato terreno di isolamento e sanzione. Lo vediamo oggi nella competizione tra Stati per ospitare eventi, attrarre talenti e costruire una narrazione nazionale positiva. Lo sport, dunque, non è fuori dalla geopolitica. È uno dei suoi linguaggi.
La nomina di Curtis, Pellacani e Derkach è significativa anche per un altro motivo. Sposta l’attenzione dal semplice concetto di testimonial a quello di diplomazia sportiva. La differenza non è marginale. Infatti un testimonial presta la propria immagine a una campagna, mentre un’ambasciatrice dello sport può contribuire a costruire relazioni, partecipare a iniziative internazionali, raccontare un modello e rappresentare una determinata idea di Paese. È una distinzione che l’Italia dovrebbe prendere sul serio.
Se lo sport viene considerato soltanto come strumento per promuovere il Made in Italy, rischiamo di utilizzarne soltanto una parte del potenziale. Se invece viene inserito in una strategia più ampia, può diventare un ponte tra politica estera, diplomazia culturale, economia, istruzione e cooperazione. In tal senso, Milano-Cortina 2026 ha mostrato esattamente questa direzione. La stessa Farnesina ha definito i Giochi un’opportunità di sviluppo e un potente strumento di soft power per rafforzare il posizionamento internazionale dell’Italia.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che una medaglia possa modificare gli equilibri internazionali. Uno Stato continua ad avere bisogno di una politica estera credibile, di una posizione strategica, di capacità economica e militare e di alleanze solide. Il soft power non sostituisce l’hard power, ma può renderlo più efficace. Difatti, un Paese percepito come affidabile e capace di produrre eccellenza dispone di un capitale politico che non compare nei bilanci della Difesa e non si misura soltanto attraverso il Pil. Tale è il valore degli asset non convenzionali: producono influenza senza necessariamente assumere la forma di potere.
Per progredire verso questa direzione, dobbiamo affrontare il passaggio culturale più importante: smettere di considerare lo sport come una semplice conseguenza della reputazione internazionale di un Paese e iniziare a considerarlo come una delle cause attraverso cui quella reputazione viene costruita.







