L’ora d’aria

Se leggete la parola “reietto”, cosa vi viene in mente? Più precisamente, Chi vi viene in mente? Esattamente loro, i detenuti. Per l’immaginario collettivo, i detenuti sono feccia; sono persone che hanno sbagliato e quindi, non devono fare altro che scontare la pena a loro assegnata per i crimini da loro stessi commessi. Se stanno lì, qualcosa avranno pur fatto”. E sì, è giusto pagare per un reato fatto —sempre se davvero compiuto—, come è giusta la detenzione ri-educativa ma a patto che lo scopo sia davvero quello di far comprendere, riflettere e poi far cambiare le persone, affinché non commettano più gli stessi errori.

Questo è l’intento di Rita Romano, direttrice del carcere di Fuorni, presente all’incontro “Caine: storie di detenute”, tenuto dalla giornalista Amalia De Simone. A raccontaci di questo proposito, come della sua riuscita, è anche Anna Cigliano, ex detenuta del carcere di Fuorni e co-protagonista del documentario Caine.

Questo documentario — a parte aver vinto tanti premi, tra cui il “Corto Dino Film Festival Dino De Laurentiis” — mette in luce la vita delle donne all’interno dei carceri di Fuorni e Pozzuoli. Donne che sono nate e cresciute in quartieri dove i bambini, già dall’età di nove anni, spacciano; donne che raccontano come siano belli i soldi, come sia bello averli tutti e subito; ma anche come siano effimeri quando ti ritrovi “dentro quattro mura”. Donne che sono state costrette a scegliere fra prostituzione e spaccio; donne che hanno cercato di ammazzare il compagno perché devastate, in anima e corpo, dai segni della mascolinità tossica. Nessuno pensa mai a loro, a come si possano sentire sole, impaurite, non dalla pena che dovranno scontare ma dal dopo. Che troveranno dopo? Il mondo va avanti, lì fuori, non le starà sicuramente ad aspettare. Quando usciranno, troveranno cosa avevano prima? Genitori, fratelli, figli, mariti. Ovviamente no. Nessuno pensa a come possa essere avere una compagna di cella che soffre di crisi d’astinenza — perché, ovviamente, ci sono tanti casi diversi all’interno di un penitenziario — che urla, piange, strepita e, la notte, incapace di dormire, non fa dormire nemmeno te.

Insieme alla nostra Amalia De Simone, c’era Assia Fiorillo, la cantautrice che è riuscita, attraverso la musica popolare napoletana, ad entrare dentro i cuori di queste donne; donne che grazie a lei, dopo un primo momento di diffidenza, sono riuscite a tirare fuori i propri pensieri e le proprie emozioni dando vita (diventandone parte) alla canzoneIo sono te”.

Al centro, fra Amalia e Assia, troviamo Rita Romano, a cui accennavo prima.
Rita è una direttrice un po’ diversa; a confermarlo è la stessa Anna, la quale, tornando in carcere e trovando un nuovo direttore, non potè fare a meno di pensare “sicuramente sarà un pezzo di ghiaccio come quello precedente”, per poi ricredersi piacevolmente —-per quanto possa essere piacevole conoscere il direttore di un penitenziario—- dopo l’incontro effettivo con Rita, una donna appassionata al proprio lavoro o alla propria missione, come lei stessa preferisce definirla. Per lei, infatti, il carcere è un luogo di riscatto o almeno, così dovrebbe essere; un luogo in cui le persone devono intraprendere un percorso di ri-educazione alla società.
Ma come si educa una persona alla buona società? Dandole attività da fare. Eppure, quando la Romano si trovò a dover dirigere il carcere di Fuorni, non trovò niente di tutto questo. C’era, in effetti, una stanza per le attività comuni, un piccolo spazio per l’ora d’aria, ma poco altro. Dalla testimonianza di Anna, invece, sappiamo che quel posto — che prima era solo quattro mura di cemento e ferro — ora è un posto che dona, con dovuti modi e maniere, “una caramella di tanto in tanto”. Magari concede una telefonata in più, perché quella settimana, quel mese, hai imbiancato un’ala intera del carcere (esempio non causale dal momento che anche ad Anna, la quale sapeva imbiancare e anche molto bene, è stato affidato questo compito da Rita, con l’intendo di ri-educarla a un nuovo futuro).

Nel periodo più oscuro della pandemia, data la carenza di mascherine, le donne del carcere di Fuorni hanno chiesto a Rita di poter avere macchine da cucire e tessuti, così da poter aiutare, se non tutti, almeno la proprie famiglie che, fuori dal carcere, si sono trovate a dover combattere contro un virus invisibile; mentre, appena fuori da quelle porte, i detenuti maschili davano avvio ad una rivolta, a causa della sospensione degli incontri.

Rita Romano ha fatto tanto per quelle donne e, sicuramente, anche quelle donne lasceranno qualcosa di positivo in lei; come la speranza che, se lo si vuole veramente, è sempre possibile cambiare (vero Anna?); che non tutto è perduto se ci si dà da fare; che una volta uscite da lì, quelle donne non saranno più Caine, non saranno più Reiette, saranno semplicemente persone che hanno sbagliato, che hanno pagato e che sono pronte a rimettersi in gioco ma, sta volta, dalla parte giusta della vita. 

1 commento

  1. Articolo molto interessante! Servirebbero più direttrici come Rita, volenterose e appassionate. Purtroppo in Italia troppo spesso le carceri vengono intese esclusivamente in maniera punitiva…

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