Quante versioni di noi stessi mostriamo agli altri? E quanto di ciò che siamo dipende dalle aspettative di chi ci circonda?
Masc, diretto da Bertil Nilsson, racconta la storia di Robin, un giovane queer e autistico che attraversa ambienti, lavori e relazioni differenti, cercando di trovare il proprio posto nel mondo. Durante il BFI London Film Festival abbiamo incontrato il regista Bertil e Joshua Griffin, protagonista e coautore della storia, per parlare di identità, neurodivergenza e del ruolo del cinema nell’espressione delle emozioni.
Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è il modo in cui Robin sembra vivere tante vite diverse. Secondo voi cerca di adattarsi per compiacere gli altri oppure sta cercando di capire chi è? Perché non sono necessariamente la stessa cosa.
Bertil e Joshua: In realtà è una combinazione delle due cose. Robin cerca di capire chi è e dove appartiene, ma pensa che il modo per riuscirci sia compiacere gli altri. La ricerca della propria identità può essere consapevole, mentre il bisogno di adattarsi diventa quasi inconscio. È come se pensasse che, facendo quello che gli altri si aspettano, riuscirà finalmente a diventare la persona che dovrebbe essere. Ma non si può piacere a tutti.
Anche la macchina da presa mi ha trasmesso una sensazione particolare. Alcune scene sono molto frontali, eppure non mi sono mai sentita davvero dentro la scena. Era quasi come sbirciare nella vita di Robin senza essere vista. Era una scelta legata alla sua ricerca d’identità?
Bertil: Mi piace molto quella sensazione di osservare, quasi di ascoltare di nascosto. Ero io stesso a tenere la macchina da presa e volevo trasmettere l’idea di una presenza invisibile. Mi piace associare idee, passare da un pensiero all’altro e creare parallelismi. È qualcosa che abbiamo sviluppato sia durante la scrittura sia nel montaggio. Abbiamo scelto di partire da una narrazione frammentata perché anche l’esperienza di Robin lo è. All’inizio non mostriamo nemmeno il suo volto, perché lui stesso non sa ancora chi sia. Progressivamente iniziamo a vedere sempre più aspetti autentici della sua personalità, fino a riconoscerlo nella sua interezza.
Credo che uno dei momenti in cui il vero Robin emerga maggiormente sia attraverso il movimento e la danza. Come avete sviluppato questa parte del personaggio?
Bertil: Amo la danza e ho lavorato con danzatori per gran parte della mia carriera, anche se attraverso la macchina da presa, essendo fotografo. Volevamo che il movimento diventasse un modo per mostrare il vero Robin. Lui cambia continuamente comportamento, parole e fisicità, ma qualcosa della sua identità continua a emergere. Abbiamo lavorato con Harry Price per sviluppare questi movimenti.
Bertil e Joshua: Il corpo può esprimere qualcosa di autentico che le parole non riescono a comunicare. Per Robin la danza rappresenta una possibilità di liberazione, ma anche un momento di grande vulnerabilità. Esporsi davanti agli altri può essere terrificante, soprattutto quando si cerca continuamente la loro approvazione.
Lavorando anche con i bambini, incoraggio spesso l’espressione delle emozioni attraverso il corpo. È una delle ragioni per cui ho amato queste sequenze: durante gran parte del film Robin sembra trattenere ciò che prova, mentre attraverso la danza riesce finalmente a esprimerlo.
Bertil e Joshua: Il movimento permette anche di essere maggiormente presenti nel momento, invece di rimanere intrappolati nei pensieri e nell’ansia. È un po’ come cantare: a volte ci convinciamo di non esserne capaci e finiamo per rinunciare a qualcosa che potrebbe essere liberatorio.
Ho apprezzato molto anche la rappresentazione della neurodivergenza. Non cercate continuamente di spiegare come funziona un cervello diverso, ma mostrate semplicemente come una persona vive la quotidianità. Sperate che il pubblico neurodivergente possa riconoscersi in Robin?
Bertil e Joshua: Lo speriamo, ed è stata una delle cose più gratificanti delle proiezioni. Abbiamo ricevuto proprio questo tipo di risposte dal pubblico. Non siamo partiti con l’intenzione di ottenere necessariamente un determinato risultato, volevamo creare qualcosa che fosse autentico per noi. È stato un lavoro molto collaborativo, dalla recitazione alla regia, dal montaggio alla musica.
Un’altra scena che mi è rimasta impressa è quella fotografica in cui Robin finalmente piange. Mi sono chiesta se riesca ad aprirsi proprio perché davanti a lui c’è una macchina fotografica, anziché un’interazione sociale diretta.
Bertil: È un’interpretazione interessante. Per me, essendo fotografo, la macchina da presa è uno strumento attraverso cui osservare gli altri ed elaborare emozioni. Ma quella scena nasce anche dall’idea di un’elaborazione emotiva ritardata. Robin accumula tensioni e sentimenti durante tutto il film, senza riuscire realmente a elaborarli. L’apertura emotiva di Sky nella scena precedente permette finalmente a qualcosa di emergere. In un certo senso è anche quello che faccio attraverso il cinema: accedere a mondi ed esperienze che nella vita quotidiana trovo più difficili da vivere.
Questo mi fa pensare anche alla scena successiva alla rapina. Robin torna al lavoro e, nonostante gli altri percepiscano che qualcosa non va, non racconta ciò che gli è successo. È quasi come se volesse impedire alle sue diverse vite di incontrarsi.
Bertil e Joshua: Esattamente. Tutti abbiamo ambienti differenti: lavoro, amici, famiglia. A volte vogliamo mantenere questi mondi separati, ma inevitabilmente finiscono per sovrapporsi. Possiamo cercare di dividere i diversi aspetti della nostra vita, ma non possiamo fare lo stesso con le emozioni. Quelle ci accompagnano ovunque.
Anche visivamente ho notato un passaggio dagli spazi più chiusi e frammentati del lavoro a quelli aperti del finale. È un modo per rappresentare la crescita del personaggio?
Bertil: Sì, volevamo proprio creare una progressiva apertura. All’inizio le inquadrature sono ravvicinate e non vediamo nemmeno Robin completamente. Verso la fine iniziamo a vederlo maggiormente nello spazio e in relazione agli altri. È come se stesse finalmente trovando il proprio posto all’interno di un gruppo.
Vorrei concludere con una domanda un po’ diversa: qual è qualcosa che vorreste raccontare del film e che nessuno vi ha ancora chiesto?
Bertil e Joshua: È una bellissima domanda! Abbiamo fatto così tante interviste oggi che è difficile trovare qualcosa di nuovo. In realtà, abbiamo parlato poco della musica. È stata una collaborazione molto bella con il compositore Daniel. Aveva visto alcuni dei primi capitoli e aveva già composto dei brani, lavorando anche con un clarinettista basso, prima che terminassimo le riprese. La cosa interessante è che la musica utilizzata nella danza finale era già stata scritta, senza che il compositore avesse visto la coreografia. Abbiamo montato la sequenza, aggiunto il brano e funzionava perfettamente, con pochissime modifiche. Da quel momento abbiamo lavorato a ritroso, costruendo il resto della musica attorno a quella composizione iniziale.







