Lanciata la seconda fase dell’offensiva israeliana a Gaza City con un massiccio attacco terrestre e bombardamenti intensi. Cresce l’allarme umanitario internazionale mentre decine di migliaia di civili fuggono dalle zone colpite
Circa un’ora prima della mezzanotte, l’esercito israeliano ha lanciato una nuova offensiva terrestre nel centro di Gaza City, segnando l’inizio della seconda fase dell’operazione militare denominata “Carri di Gedeone”. L’attacco è stato preceduto da un’intensa attività aerea e di artiglieria e poi i tank dell’Idf sono entrati in quel che resta della Striscia. Il cielo sopra la città è stato illuminato da bombe al fosforo e razzi traccianti, mentre unità corazzate israeliane entravano nei quartieri centrali della capitale amministrativa della Striscia. Secondo fonti palestinesi, nei primi venti minuti dell’attacco sono stati registrati almeno 37 bombardamenti concentrati nella zona nord-occidentale. Le esplosioni sono state udite anche in territorio israeliano, mentre migliaia di civili cercavano di fuggire in direzione sud. Numerosi edifici residenziali sono stati distrutti da munizioni guidate, in un contesto urbano già fortemente compromesso da mesi di conflitto. La popolazione palestinese è stata costretta ad abbandonare velocemente la città, come era già stato intimato nei giorni precedenti all’attacco. Un funzionario della sicurezza israeliana, intervistato dall’emittente pubblica Kan, ha confermato che “le forze di difesa israeliane stanno attaccando con forza”, in quella che è finora la più ampia operazione urbana dall’inizio della guerra. L’obiettivo, secondo fonti governative israeliane, è quello di smantellare le ultime infrastrutture operative di Hamas e di liberare gli ostaggi ancora detenuti, che secondo l’intelligence si troverebbero nella zona centrale della città.
Il Ministero della Salute di Gaza ha riferito che almeno 34 palestinesi sono stati uccisi nei raid notturni, molti dei quali civili. Il numero dei feriti è ancora imprecisato, ma si stima che nelle ultime 24 ore gli ospedali abbiano ricevuto decine di pazienti in condizioni critiche. Le strutture sanitarie della Striscia, già al collasso, denunciano una situazione insostenibile: mancano medicinali, personale e carburante per i generatori. L’ospedale Al-Shifa, il più grande di Gaza, ha comunicato di essere al limite della sua capacità operativa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ribadito che la crisi umanitaria nella Striscia ha ormai raggiunto un punto critico. Oltre alla minaccia diretta dei bombardamenti, la popolazione civile affronta la fame, la mancanza d’acqua potabile e l’assenza di cure mediche. Secondo l’ONU, almeno 70% degli abitanti di Gaza è in condizioni di insicurezza alimentare acuta, mentre oltre mezzo milione di persone è stato costretto ad abbandonare la propria abitazione.
Forti le ripercussioni a livello internazionale. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, ha denunciato pubblicamente che l’operazione israeliana sta rendendo Gaza City “praticamente invivibile” e che le azioni in corso configurano come violazioni del diritto internazionale, fino a crimini contro l’umanità. L’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Türk, ha chiesto “l’immediata cessazione delle ostilità” e ha invitato Israele a garantire la protezione della popolazione civile, in particolare bambini, donne e persone con disabilità, molte delle quali non hanno possibilità di evacuare. “Abbiamo iniziato l’operazione intensiva a Gaza City, questa è una fase cruciale, il 40% degli abitanti della città è stato evacuato. Più di 350.000 residenti hanno già lasciato la città, e l’esodo è continuato durante la notte”, ha dichiarato stamattina Benyamin Netanyahu mentre era presente in tribunale a testimoniare per il processo a suo carico per corruzione, mentre un’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite, con a capo Navi Pillay, ex giudice del tribunale per il Ruanda, ha confermato la responsabilità di Israele per genocidio contro i palestinesi, considerando inoltre che i massimi dirigenti dello stato ebraico hanno incitato al genocidio. Da parte sua, il governo israeliano ha difeso l’operazione, definendola “una necessità strategica”. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che “Gaza sta bruciando” e ha confermato che l’obiettivo è la completa neutralizzazione della capacità offensiva di Hamas. Le forze israeliane hanno diffuso immagini satellitari e filmati delle operazioni notturne, affermando di aver colpito tunnel e depositi di armi nascosti in edifici civili. Intanto, le famiglie degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza hanno organizzato una nuova marcia verso la residenza del primo ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme, chiedendo garanzie sulla sicurezza dei loro cari. In un comunicato diffuso nella notte, hanno espresso timore che l’offensiva possa mettere a rischio la vita degli ostaggi, alcuni dei quali – secondo fonti dell’intelligence – sarebbero stati trasferiti fuori dai tunnel e usati come scudi umani. Intanto, il Presidente Erdogan ha condannato fortemente l’attacco a Gaza da parte israeliana ed ha paragonato Netanyahu ad Hitler. Ma la condanna arriva anche da tutti i Paesi Arabi Uniti, mentre il Presidente Trump incita Hamas a liberare gli ostaggi.
A livello diplomatico, l’attacco arriva all’indomani dell’incontro di Doha, dove oltre cinquanta Paesi a maggioranza araba e musulmana avevano chiesto un cessate il fuoco immediato e denunciato la situazione nella Striscia come “una catastrofe umanitaria in atto”. Il summit, promosso dal Qatar e con la partecipazione di Egitto, Turchia e rappresentanti delle Nazioni Unite, si era concluso con un documento congiunto che accusava Israele di “uso sproporzionato della forza” e di “strategie punitive collettive” contro la popolazione palestinese. Tuttavia, l’offensiva della scorsa notte ha dimostrato l’irrilevanza immediata degli appelli internazionali, lasciando la diplomazia in secondo piano rispetto alla dinamica militare sul campo.
Il bilancio complessivo del conflitto, secondo il Ministero della Salute di Gaza, ha superato i 63.000 morti, con oltre 159.000 feriti. Le ONG internazionali parlano di “carestia imminente” e di “collasso sanitario totale”. Oltre cento organizzazioni, incluse Amnesty International, Oxfam e Medici Senza Frontiere, hanno chiesto un immediato cessate il fuoco permanente, l’apertura di corridoi umanitari e la protezione delle infrastrutture civili.







