RIFUGIATO O MIGRANTE ?

In “Noi profughi”(1943) e ne “Le origini del totalitarismo” (1948) la filosofa Hannah Arendt, espone il problema della migrazione di massa designando i profughi come la “schiuma della terra”.

Metafora chiara nel suo utilizzo, infatti la schiuma è l’opposto della terra, essa non è solida e quando la si calpesta non ne rimane nulla. Cosi con grande lungimiranza la Arendt individua il problema dei profughi come un problema esteso nel tempo che non è quindi relegato solo al ventesimo secolo.

Quello dell’apolidia non è certamente un fenomeno nuovo, di fatto già nell’antica Grecia la figura dell’apolide era presente; era chiamato apolide il singolo individuo che si spostava da una polis all’altra. Ma nel corso del novecento in particolar modo con la migrazione ebraica, è avvenuto un cambiamento epocale in questa figura, che è passata dallo spostamento individuale o per piccoli gruppi a fenomeno di massa.

Hannah Arendt nei suoi libri ci mette di fronte ad uno dei più grandi paradossi della democrazia liberale; infatti l’apolide è per definizione un senza stato e, poiché a livello legale l’esistenza si da entro i limiti dello stato-nazione e quindi tramite i documenti di cittadinanza, quello che ne risulta è la non esistenza dell’apolide. L’apolide è quindi consegnato a un naufragio dei diritti, poiché non ha uno stato che lo tutela.

Storicamente si è cristallizzata nell’immaginario collettivo, tramite film e libri, una figura romantica del rifugiato come oppositore nei confronti dello stato a cui appartiene e fuggiasco in nome della libertà.

Tutto cambia quando lo spostamento diventa di massa e il migrante è economico, le cause di tale spostamento infatti sono più complesse da comprendere e per l’opinione pubblica diventa più difficile simpatizzare con l’apolide, poiché non si comprendono le ragioni per quello che è a tutti gli effetti un esilio autoimposto.

Il rifugiato secondo la convenzione di Ginevra del 1951 è a tutti gli effetti una categoria giuridica, è di fatto rifugiato: Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dallo stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dal suo stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.

Mentre come visto, si ha una definizione se pur vaga della figura del rifugiato, non si hanno ancora definizioni per la figura del migrante, che resta quindi sospeso esistenzialmente nel suo proprio stato di apolide, poiché non è protetto dal suo stato-nazione ma non viene neanche accettato e di conseguenza non ha diritti in un altro stato-nazione.

A conclusione di tutto ciò, la domanda più spontanea da porsi è, se la cifra del rifugiato è la persecuzione, quale è la cifra del migrante? Come si può definire questa figura che da sempre è esule sulla terra?

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