Sydney Sweeney torna a fare pubblicità e, ancora una volta, internet finisce a parlare del suo corpo. Non è esattamente una novità. Negli ultimi anni l’attrice è diventata una delle donne più fotografate, commentate e sessualizzate di Hollywood, al punto da aver raccontato lei stessa quanto possa essere frustrante essere ridotta semplicemente al proprio aspetto fisico. Ma c’è una differenza importante tra essere ridotte a un corpo dagli altri e scegliere consapevolmente quando e come utilizzare la propria sensualità.
Ed è qui che la conversazione diventa molto più interessante:abbiamo passato anni a ripeterci your body, your choice. Il tuo corpo, la tua scelta. Una frase che dovrebbe essere semplicissima e che invece sembra funzionare soltanto finché approviamo la scelta in questione.
Vogliamo che le donne siano libere di non depilarsi, di non truccarsi, di invecchiare, di coprirsi, di rifiutare gli standard estetici e di non rendersi desiderabili per gli uomini. Tutto giustissimo. Poi arriva una donna come Sydney Sweeney, perfettamente consapevole del proprio sex appeal, decide di giocare proprio con quello e improvvisamente la libertà femminile diventa molto più complicata.
Perché? Mostrare il proprio corpo non significa necessariamente esserne vittime. E soprattutto l’empowerment femminile non può diventare l’ennesima serie di regole che spiega alle donne come dovrebbero presentarsi per essere considerate abbastanza emancipate.
Naturalmente questo non significa che la pubblicità non possa essere criticata. Anzi! Ma questa volta nella conversazione sono entrate anche “le donne nello sport”. Ed è qui che mi sono persa.
Da quando Sydney Sweeney rappresenta le donne nello sport? Non è un’atleta. Non ha costruito la propria carriera parlando di sport femminile. Non si è mai presentata come portavoce delle sportive né ha promesso di rappresentare un modello specifico di femminilità atletica. È un’attrice, una celebrity e una delle donne più fotografate e sessualizzate della cultura pop moderna. Ma a quanto pare basta fare un video pubblicitario per un sito di scommesse sportiv per essere accusate di rovinare il mondo dello sport per le donne
Se vogliamo davvero discuterne, ci sono domande molto più interessanti da fare: perché nel 2026 continuiamo ad avere bisogno della sessualità femminile per vendere praticamente qualsiasi cosa? Dove finisce la provocazione e dove comincia una strategia pubblicitaria vecchia quanto il marketing stesso? E soprattutto, quando una campagna utilizza contemporaneamente sensualità e prodotti che aprono anche questioni etiche, dove decidiamo di tracciare la linea? Queste sono critiche alla pubblicità. Criticare Sydney Sweeney perché ha deciso di utilizzare il proprio corpo è un’altra cosa.
Ed è una distinzione importante, soprattutto perché Sweeney ha già parlato del fastidio di sentirsi osservata soltanto attraverso il proprio fisico. Riconoscere questo non significa però stabilire che, da quel momento in poi, debba nasconderlo per dimostrare di essere qualcosa di più. Una donna può odiare essere ridotta al proprio seno e, contemporaneamente, decidere di mostrarlo quando vuole lei. Le due cose non si contraddicono.
E forse dovremmo anche chiederci qualcosa sugli uomini. Perché se nel 2026 siamo ancora convinti che basti mettere una donna bellissima e poco vestita davanti a una telecamera perché un uomo perda improvvisamente qualsiasi capacità critica, forse la rappresentazione più offensiva della campagna non è nemmeno quella femminile.
Sydney Sweeney sa di essere sexy. Il pubblico lo sa. I brand lo sanno. Fingere che questa componente della sua immagine non esista sarebbe quasi più assurdo che utilizzarla. La questione dovrebbe essere chi decide come utilizzarla. E se la risposta è Sydney, allora possiamo non amare la campagna, possiamo trovarla volgare, antiquata, geniale o semplicemente una perfetta operazione di marketing. Ma non possiamo parlare di libertà del corpo femminile soltanto quando quel corpo viene utilizzato nel modo che piace a noi.
Your body, your choice funziona soltanto se siamo disposte ad accettare anche le scelte che personalmente non faremmo. Una donna può essere empowered in tailleur. Può esserlo senza trucco. Può esserlo completamente coperta. E sì, può esserlo anche in lingerie.
Il femminismo non dovrebbe decidere quanto tessuto serve a una donna per essere presa sul serio. Dovrebbe assicurarsi che sia lei a poter decidere quanto indossarne.








Very good points Anna. I agree that the outrage from female sportswomen seemed misplaced. The audience was not women in sports, and the message wasn’t even really about sports (even though she said sports a lot!) it was about a betting platform and getting the attention of the people who use betting platforms and enticing them towards sports betting instead of, as Sweeny says, betting on war, death and politics.
Seen from this perspective the ad becomes almost wholesome; just good old fashioned sex appeal for good old fashioned sports betting.