Schiaparelli: moda per il corpo, moda per la vita

La prima cosa che ho notato guardando e visitando la mostra  di Schiapparelli al Victoria e Albert museum è il suo amore per il corpo.

 Non semplicemente per la moda sul corpo, ma proprio per il corpo stesso. C’è lo scheletro, ci sono gli organi, ci sono forme che ricordano i polmoni. Negli evening dress degli anni Trenta il seno è evidente, il punto vita strettissimo; nel 1938 mette un enorme fiore sul sedere. Andando avanti mi sono resa conto che non so neanche quale fosse la sua parte del corpo preferita da evidenziare, perché le amava praticamente tutte: seno, vita, sedere, spalle, piedi, volto.

Ma all’inizio c’è anche una Schiaparelli più semplice e funzionale, con lo sportswear. Poi Parigi la porta sempre di più verso il lusso e l’estetica, ma è un lusso che continua a farmi sentire vicina alla moda. Guardo certi vestiti degli anni Trenta e penso: questo potrei metterlo adesso. Non significa che non siano lusso, perché lo sono eccome: nero, paillettes, evening dress, cappotti meravigliosi. Eppure, anche quando sono bellissimi e lussuosi, mi trasmettono comunque: sì, anche tu lo potresti mettere. Ed è assurdo considerando che stiamo parlando di vestiti di quasi cento anni fa.

Nei pezzi del 1934 e 1935 questa cosa è evidentissima. Ci sono colori della terra, tessuti che sembrano quasi muoversi, ricciature e strati sul seno, farfalle. Ci sono riferimenti ad altre culture, compresi quelli che la mostra racconta come riferimenti al mondo musulmano e che all’epoca venivano descritti anche in maniera inaccurata. Poi ci sono le giacche. Una evening jacket del 1937 mi ha completamente fermata: ha già qualcosa che urla anni Quaranta, con le spalle, i bottoni enormi e le tasche, quasi un’ispirazione militare, ma allo stesso tempo la vita è strettissima. È una cosa che Schiaparelli continua a fare: può usare tessuti larghi, forme che ricordano quasi il Medioevo, costruzioni importanti, ma non perde mai l’amore per la forma del corpo. Il tessuto può allargarsi quanto vuole, sotto il corpo continua a esserci.

E questa cosa si vede persino nei cappelli, nelle scarpe e nei gioielli. È lì che ho pensato che bisogna essere veramente un’artista per riuscire a trasmettere l’amore per il corpo attraverso un cappello o una scarpa. A quel punto non stai semplicemente vestendo il corpo: non lo stai coprendo, lo stai omaggiando. Negli anni diventa sempre più evidente anche il suo amore per la geometria e per l’estetica, soprattutto nei gioielli. Forme, linee, proporzioni e volumi continuano comunque a servire il corpo: una spalla enorme fa sembrare la vita ancora più piccola, una linea cambia completamente il modo in cui guardiamo la figura.

Poi arrivi al Surrealismo e capisci ancora meglio perché chiamarla semplicemente stilista sembra riduttivo. C’è Salvador Dalí, c’è Picasso, c’è tutto quel mondo artistico intorno a lei. Ci sono la mitologia, la religione, le rovine, la natura. Tutto può diventare moda, ma soprattutto può diventarlo la sua vita. C’è il ricordo di lei bambina che prova a lanciarsi con un ombrello e il vestito nato da quell’immagine, appena l’ho visto, mi ha fatto pensare immediatamente a Rory e Logan in Una mamma per amica, quando Rory salta con l’ombrello. Non perché debba necessariamente essere una citazione: è semplicemente un’immagine visivamente vicinissima. E poi arrivano i profumi e penso: genio. Il corpo finisce persino nelle bottiglie. Snuff, il profumo maschile con la bottiglia a forma di pipa ispirata al padre, è bellissimo. Così come la candela. Ed è forse questa la cosa che mi ha colpito più di tutto: Schiaparelli prende qualsiasi cosa della vita e la trasforma in moda. Un padre, un ricordo d’infanzia, un corpo, una farfalla, una religione, una cultura, una rovina, una forma geometrica, una pipa.

Poi entri nella stanza del 2019 e arriva Daniel Roseberry. E mi dispiace, ma all’inizio per me non è proprio comparabile: è un’altra cosa. Continuando a guardare, però, mi sono dovuta anche correggere, perché l’amore per il corpo c’è ancora. Ci sono gli organi, la vita stretta, le silhouette, c’è il vestito di piume che scende stretto e riprende quasi le ali. Quindi non è vero che Roseberry abbia cancellato completamente la legacy: ha mantenuto molti elementi, ma li ha trasformati in qualcosa di molto più apertamente lussuoso, grande e monumentale. Nel 2025 vedo anche un ritorno più evidente alle geometrie della Schiaparelli originale, però rimane tutto molto più grosso rispetto a lei.

Ed è lì che ho capito cosa mi manca. Con Elsa posso guardare un vestito di lusso e pensare: lo metterei. Con Roseberry penso: lo guarderei. Non è la stessa cosa. Elsa Schiaparelli faceva moda per il corpo, ma alla fine della mostra mi sono resa conto che faceva soprattutto moda per la vita. La moda poteva essere lussuosa senza farmi sentire distante, assurda senza perdere il corpo, arte e allo stesso tempo qualcosa che mi facesse venire voglia di indossarla. Roseberry può riprendere le geometrie, gli organi, le silhouette e l’esagerazione, ma Elsa Schiaparelli, per me, rimane irraggiungibile.

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