La grazia a Nicole Minetti era passata quasi sotto traccia. Si era trattato di un atto formalmente limpido, emanato a febbraio: richiesta dell’interessata, istruttoria del Ministero della Giustizia, parere favorevole, firma del Presidente della Repubblica. Con la motivazione riguardante ragioni umanitarie legate a un minore con gravi problemi di salute.
Tuttavia, di recente un’inchiesta giornalistica ha sollevato dubbi sulla veridicità di alcuni elementi contenuti nella domanda di clemenza. Non dettagli marginali, ma il cuore stesso della richiesta: l’esistenza, le condizioni e il contesto del minore su cui si fondava la grazia. A quel punto il Quirinale ha fatto una mossa rara: ha scritto al Ministero chiedendo verifiche urgenti sulla “supposta falsità degli elementi rappresentati”. E quando il Colle chiede chiarimenti su un proprio atto, significa che qualcosa non torna. Sembrerebbero esserci delle incongruenze tra quanto espresso dalla parte, vagliato da via Arenula, e lo stato delle cose. Le ombre si allargano fino all’estero, particolarmente in Sudamerica, e riguardano il partner della Minetti, Cipriani, amico di Jeffrey Epstein.
Sul lato istituzionale, il Ministero ha disposto nuovi accertamenti, la Procura generale di Milano ha aperto un approfondimento e ha coinvolto anche l’Interpol. Parallelamente, emergono smentite pesanti: strutture sanitarie citate nella ricostruzione, tra cui ospedali italiani, negano di aver mai avuto in cura il minore, motivo della grazia ricevuta.
Nicole Minetti, dal canto suo, respinge tutto. Parla di percorso adottivo regolare, denuncia una “indebita esposizione mediatica” del figlio e annuncia azioni legali per difendere la propria reputazione. Il Ministero, almeno finora, sostiene che la procedura si è svolta secondo le norme. Siamo davanti a due versioni che non coincidono. E una domanda inevitabile: chi ha verificato cosa?
Se gli accertamenti dovessero confermare che la domanda di grazia conteneva elementi non veritieri, le conseguenze sarebbero immediate. Sul piano politico, la pressione è già salita: le opposizioni chiedono spiegazioni e mettono nel mirino il ministro della Giustizia, responsabile dell’istruttoria. Ciò perché la grazia è un atto presidenziale, ma nasce da un lavoro tecnico e amministrativo. Se quello è viziato, la responsabilità non resta confinata.
Revocare la grazia sarebbe un precedente non da poco, e perfino una macchia nell’operato esemplare del Presidente Mattarella. Il caso Minetti, allora, non è solo un caso giudiziario, ma una crepa nella catena di fiducia che tiene insieme lo Stato. Il rischio che possa diventare un primo esempio di cortocircuito, che altri potranno prendere a pretesto per proprie personali ragioni giudiziarie, è elevato.







