Donald Trump rivendica nuovi attacchi contro imbarcazioni venezuelane accusate di narcotraffico. Ma dietro la retorica della sicurezza, emergono dubbi crescenti sulla legalità delle operazioni, il loro reale obiettivo e l’escalation militare nel Mar dei Caraibi
Nel Mar dei Caraibi, le acque si sono fatte torbide. In meno di due settimane, silenziosamente, rispetto ai grandi echi internazionali, gli Stati Uniti hanno colpito almeno due imbarcazioni venezuelane sospettate di traffico di droga, provocando quattordici morti. Gli attacchi, condotti sotto il comando militare SOUTHCOM, sono stati rivendicati pubblicamente da Donald Trump, che li ha annunciati con video e post su Truth Social.
Il primo attacco è avvenuto il 2 settembre. Undici persone sono morte su un’imbarcazione che, secondo la Casa Bianca, trasportava droga e membri del cartello Tren de Aragua. Il secondo attacco è stato confermato il 15 settembre: altre tre persone sono state uccise in un’operazione simile. Trump ha definito le vittime “narcoterroristi venezuelani” e ha promesso che “ce ne saranno altri”. Il giorno dopo ha affermato che anche una terza barca è stata affondata, ma senza fornire dettagli né prove verificabili. Il Venezuela ha smentito tutte le accuse. Il governo di Nicolás Maduro ha definito gli attacchi “atti di aggressione armata” e ha negato che le navi colpite fossero coinvolte nel narcotraffico. Il 13 settembre, Caracas ha denunciato un altro episodio: un peschereccio venezuelano sarebbe stato abbordato da diciotto militari statunitensi in acque territoriali. I nove pescatori a bordo sarebbero stati trattenuti per ore senza comunicazioni, prima del rilascio.
Intanto, il Venezuela ha mobilitato la sua marina militare, dispiegando aerei, droni e imbarcazioni intorno all’isola di La Orchila, nel nord del paese. Maduro accusa gli Stati Uniti di voler provocare una crisi regionale, mentre Washington intensifica la propria presenza navale. Secondo fonti internazionali, nella zona sono operative almeno due navi da guerra e velivoli stealth F‑35. Oltre al rischio di escalation, si moltiplicano i dubbi giuridici. Le operazioni non sembrano autorizzate dal Congresso né condotte all’interno di un quadro legale multilaterale. Human Rights Watch parla apertamente di uccisioni extragiudiziali: le persone colpite non rappresentavano una minaccia imminente e non sono stati tentati arresti o azioni non letali. Esperti di diritto marittimo e militare sostengono che, senza prove chiare e processi giuridici, l’intera strategia americana rischia di violare il diritto internazionale. Ma la strategia di Trump non si limita alla lotta al narcotraffico. Il messaggio è anche interno: rafforzare la sua immagine da leader duro, giustificare l’imposizione di dazi con la retorica della sicurezza, collegare i temi del crimine, dell’immigrazione e del commercio sotto un’unica narrazione: quella dell’America minacciata e pronta a colpire. L’efficacia mediatica dell’operazione è centrale. I video pubblicati mostrano imbarcazioni che esplodono in mare aperto. Nessuna prova del carico sequestrato, nessuna identificazione pubblica delle vittime, solo immagini violente e slogan da campagna elettorale. L’opinione pubblica statunitense, per ora, resta passiva. I democratici condannano gli attacchi ma esitano a impugnare apertamente la questione sul piano internazionale. Le organizzazioni per i diritti umani chiedono un’indagine indipendente, ma la macchina narrativa è già in moto. Trump parla di “guerra contro il veleno che uccide gli americani”, riferendosi a cocaina e fentanyl, e promette che gli attacchi continueranno finché le “rotte della morte” non saranno interrotte. Il rischio è che questi attacchi diventino la nuova normalità. Una forma di interventismo unilaterale senza autorizzazioni, senza trasparenza, senza regole. La lotta al narcotraffico si trasforma in una dimostrazione di forza, una politica estera che si muove per immagini, slogan e retorica, più che per diritto, prove o giustizia. In fondo al mare restano i corpi di uomini non identificati. Nessuna corte li ha giudicati, nessun processo li ha condannati.
E sulle onde – agitate – della propaganda, galleggia l’immagine di un’America che colpisce senza rendere conto.







