C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel chiedere a chi fa cultura un certificato ideologico per poter partecipare a una fiera del libro. Anche quando l’intenzione dichiarata è nobile, o quando la causa appare condivisibile.
La polemica che sta investendo la fiera della piccola e media editoria Più libri più liberi nasce dalla decisione di richiedere agli espositori una dichiarazione con cui riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico e della Costituzione italiana. Gli organizzatori respingono l’accusa di voler introdurre un “patentino antifascista” e parlano semplicemente di adesione ai principi costituzionali. Ma il punto politico e culturale resta intatto: per partecipare a uno spazio dedicato ai libri e alle idee viene chiesto un atto preliminare di adesione valoriale.
Per noi il problema non è l’anti-fascismo, del quale, ottant’anni dopo, non dovrebbe neppure discutersi. Il punto riguarda il dare patenti – e chi, con quale autorità, lo fa.
Nel momento in cui una manifestazione culturale inizia a selezionare l’accesso sulla base di una dichiarazione ideologica, per quanto legittima e condivisibile possa apparire, introduce un principio pericoloso: quello secondo cui alcune idee devono essere preventivamente certificate per poter entrare nel dibattito pubblico. La cultura dovrebbe funzionare esattamente al contrario; i libri esistono per mettere alla prova le convinzioni, non per verificarle all’ingresso.
La storia italiana dovrebbe insegnarci qualcosa. Le stagioni più buie sono state quelle in cui qualcuno decideva quali libri fossero accettabili e quali no, quali autori meritassero spazio e quali dovessero essere esclusi. La libertà culturale non si difende creando nuove barriere ideologiche, ma garantendo che il confronto avvenga alla luce del sole, sotto il giudizio dei lettori e della critica.
C’è poi un altro aspetto: In Italia il fascismo è diventato da anni una sorta di dibattito permanente, un tema che riemerge ciclicamente e che spesso finisce per occupare più spazio mediatico dei problemi reali. Ogni volta si producono accuse, scomuniche e contro accuse. E puntualmente l’attenzione si concentra sulla polemica più che sui libri.
Ci chiediamo pertanto se questa iniziativa non finisca per ottenere soprattutto un risultato, ossia riportare al centro della scena un dibattito che garantisce visibilità immediata. Perché nel Paese che legge poco, la discussione sul fascismo continua a vendere più della discussione sulla lettura.







