Allestita in occasione del centenario dell’INPGI, l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani
A Roma una mostra celebra i giornalisti italiani in occasione del centenario dell’INPGI. Un percorso dagli anni ’60 ai giorni nostri che raccoglie oltre 60 pezzi tra fotografie, cimeli e documenti storici che raccontano il giornalismo italiano dagli anni Sessanta al Duemila. Tra questi figurano scatti del fotogiornalista Franco Lannino, una storica macchina telefoto e la telecamera di Miran Hrovatin, ucciso insieme a Ilaria Alpi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Sono, inoltre, esposte quattro macchine per scrivere appartenute a fiduciari INPGI, tra cui una di Giancarlo Siani, un video storico sull’istituto, tre pannelli in bianco e nero su forex e una teca contenente oggetti, documenti e verbali, insieme a pagine di giornale d’epoca. La mostra offre una riflessione sulla storia e sul presente della professione giornalistica, mettendo al centro i cronisti e le sfide affrontate da chi racconta i fatti con rigore e coraggio.
Inaugurata il 24 marzo alla presenza di Lucia Borgonzoni, Sottosegretario alla Cultura, la mostra dal titolo A schiena dritta. Tutelare il mestiere della libertà”, è dedicata ai giornalisti caduti nell’esercizio del loro lavoro e intende anche ricordare tutti i giornalisti caduti nell’esercizio del loro mestiere, rendendo omaggio ai protagonisti del giornalismo d’inchiesta: Cosimo Cristina, primo cronista ucciso dalla mafia nel 1960, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e Beppe Alfano. A questi si affianca il ricordo del sacrificio di Walter Tobagi, Giancarlo Siani, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, assassinata in Afghanistan nel 2001, oltre a figure simbolo come Giuseppe Quatriglio, giornalista e scrittore che nel 1968 raccontò il terremoto del Belìce.
Celebrare i cento anni dell’INPGI significa rendere omaggio non solo a un’istituzione fondamentale per la tutela dei giornalisti, ma anche al valore profondo del giornalismo come presidio di libertà e democrazia” – afferma Lucia Borgonzoni, Sottosegretario alla Cultura – “Questa mostra rappresenta un’occasione preziosa per ripercorrere, attraverso immagini, documenti e testimonianze, il coraggio e l’impegno di generazioni di cronisti che hanno contribuito a raccontare il nostro Paese con rigore e indipendenza, in un contesto oggi profondamente trasformato dall’innovazione tecnologica e dai cambiamenti del mercato del lavoro, che richiedono nuove competenze ma anche adeguate tutele. In questo quadro, è importante ricordare i giornalisti che hanno perso la vita nell’esercizio della loro professione per riaffermare con forza il valore della libertà di informazione e la responsabilità collettiva di difenderla, garantendo condizioni dignitose e prospettive solide a chi ogni giorno contribuisce alla qualità della nostra democrazia”.
Il percorso espositivo si configura come un viaggio vibrante dentro il “motore” della notizia. Svela i retroscena di una professione profondamente trasformata, oggi segnata da crisi industriali ed economiche e costantemente esposta a minacce di disinformazione e censura. Le fotografie restituiscono un giornalismo “carnale”: fatto di attese interminabili davanti ai telefoni a gettoni nei Palazzi di Giustizia, di ticchettii frenetici sulle mitiche Olympia e di redazioni immerse nel fumo delle sigarette – vere e proprie trincee in cui si scriveva la Storia contemporanea.
Ma “A schiena dritta” è, prima di tutto, un intenso e fiero esercizio di memoria civile. L’esposizione scandisce il proprio racconto a partire dalle immagini simbolo dei cronisti caduti per mano della criminalità organizzata o nei teatri di guerra. Gli sguardi, catturati prima della tragedia – tra un telefono sollevato e un taccuino aperto – ricordano il prezzo altissimo pagato da chi cerca la verità.
E, pur cambiando i contesti geografici e i teatri di crisi, l’urgenza resta immutata: accorciare la distanza tra i fatti e chi deve conoscerli. È lo stesso impulso che anima l’incedere solitario di Simone Camilli, giornalista e “reporter di guerra perché amava la Pace”, tra gli scheletri degli edifici bombardati a nord della Striscia di Gaza
Accanto ai martiri della libera stampa scorrono i volti di chi ha raccontato altre macerie. Tra questi, Giuseppe Quatriglio – di cui ricorre, proprio nel giorno di apertura della mostra, il nono anniversario della scomparsa – ritratto “a schiena dritta” di fronte al Belìce devastato. C’è spazio per il fragore di chi ha documentato le grandi battaglie per i diritti civili e le tensioni istituzionali, ma anche per i rari momenti di leggerezza: cronisti a tu per tu con magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; sguardi concentrati durante i maxi processi a Cosa Nostra e ai vertici della politica; fino ai blitz dei giornalisti imbavagliati per denunciare la chiusura di testate storiche come L’Ora.
Immagini e cimeli rendono omaggio a gruppi di lavoro coraggiosi, raccontando l’adrenalina dello scoop, il cameratismo delle redazioni e il passaggio epocale dalle rotative al piombo al fermento dell’era digitale. Allo stesso tempo, ricordano le pioniere del giornalismo d’inchiesta, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, che hanno trasformato la propria vita in uno scudo contro l’indifferenza e la mistificazione.






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