Credo, cari amici Giulio Calamita e Marco Gabrielli, che sia arrivato il momento di aprire una riflessione pubblica, senza filtri e senza paure, su una questione che considero ormai fondamentale per il futuro della nostra comunità. È una riflessione che nasce da un punto di vista preciso: quello di un uomo di sinistra. E proprio per questo parte da alcuni principi che considero irrinunciabili: la solidarietà, l’accoglienza, la dignità delle persone e l’uguaglianza. Ma essere di sinistra significa anche, a mio avviso, avere il coraggio di guardare la realtà per quella che è, senza semplificazioni e senza slogan.
A Colleferro esiste una zona, penso in particolare a via Giuseppe Di Vittorio, dove negli anni abbiamo contribuito a creare luoghi di aggregazione frequentati da donne e uomini provenienti dall’Est Europa e da diverse aree dell’Africa. È stato un percorso nato dalla solidarietà, dalla necessità di dare risposte a persone che avevano bisogno di un lavoro, di una casa, di un luogo nel quale incontrarsi e costruire una nuova vita. Tutto questo appartiene alla parte migliore della nostra idea di comunità e non deve essere messo in discussione.
Ma oggi dobbiamo aggiungere a quella solidarietà una riflessione ulteriore. Per anni abbiamo pensato che accogliere una persona rifugiata o straniera significasse soprattutto garantirle le condizioni materiali per vivere dignitosamente: un lavoro, una casa, un sostegno economico, un punto di riferimento. Sono condizioni fondamentali. Ma quando le esigenze aumentano e le comunità diventano sempre più complesse, emerge una questione diversa: come costruiamo una convivenza reale tra persone che portano con sé culture, religioni, abitudini e identità differenti?
È qui che dobbiamo avere il coraggio di discutere. Perché riconoscere l’identità di chi arriva non può significare cancellare l’identità, le regole e gli spazi condivisi della comunità che lo accoglie. Ma, allo stesso tempo, difendere la propria comunità non può diventare un alibi per escludere chi arriva da un altro Paese. Il punto non è scegliere tra accoglienza e identità. Il punto è costruire integrazione.
E c’è un altro elemento che considero fondamentale: non possiamo concentrare tutto il ragionamento su una sola strada o su una sola zona della città. Colleferro è una comunità nella sua interezza. Non possiamo pensare che una determinata area debba diventare il luogo nel quale si concentrano tutte le difficoltà legate all’integrazione, alla convivenza o alla presenza di attività rivolte a specifiche comunità.
Una concentrazione eccessiva può produrre isolamento, incomprensioni e, soprattutto, la percezione che esistano cittadini o attività sottoposti a regole differenti. Ed è proprio questa percezione che dobbiamo evitare. Se vogliamo costruire una comunità realmente inclusiva, dobbiamo partire da un principio semplice: le regole devono essere uguali per tutti.
Il mancato rispetto delle norme deve essere affrontato con la stessa severità e lo stesso rigore con cui viene affrontato in qualsiasi altra attività presente a Colleferro. Questo vale per le autorizzazioni, per le condizioni igienico-sanitarie, per la sicurezza, per la gestione degli spazi e per tutte le altre prescrizioni previste dalla legge.
I controlli degli organismi competenti devono essere effettuati con la stessa attenzione indipendentemente da chi gestisce un’attività, dalla sua provenienza o dalla comunità alla quale appartiene. E se qualcuno viola le regole, deve essere sanzionato esattamente come sarebbe sanzionato chiunque altro. Non è discriminazione. È uguaglianza.
Anzi, credo che proprio l’uguaglianza davanti alle regole sia una delle forme più importanti di rispetto che possiamo garantire a tutti.
Non possiamo chiedere a chi vive e lavora nella nostra città di rispettare le norme e poi accettare eccezioni o zone grigie per paura che un controllo venga interpretato come un atto discriminatorio. Allo stesso tempo, però, non dobbiamo commettere l’errore opposto: trasformare ogni problema in una questione di ordine pubblico o attribuire a un’intera comunità il comportamento di singole persone. Le responsabilità sono individuali e le regole sono universali. Diritti e doveri. L’integrazione, quindi, non può essere soltanto una questione di diritti.
È diritto di ogni persona vivere dignitosamente, lavorare, avere una casa, pregare secondo la propria fede e conservare le proprie tradizioni.
Ma esistono anche dei doveri: rispettare le leggi, rispettare gli altri, rispettare gli spazi pubblici e privati, accettare le regole della comunità nella quale si è scelto di vivere.
Conservare la propria identità non significa vivere separati dagli altri. Al contrario, l’obiettivo dovrebbe essere costruire una comunità nella quale identità diverse possano convivere dentro un quadro comune di diritti, doveri e regole. Credo che proprio su questi temi la sinistra debba recuperare la capacità di discutere senza paura. Non dobbiamo avere paura di parlare di sicurezza perché siamo persone solidali. Non dobbiamo avere paura di parlare di regole perché crediamo nell’accoglienza. Non dobbiamo avere paura di parlare di identità perché crediamo nell’integrazione.
E soprattutto non dobbiamo lasciare che questi argomenti vengano utilizzati esclusivamente da chi vuole trasformare ogni problema in una contrapposizione tra “noi” e “loro”. La risposta della sinistra dovrebbe essere diversa: più diritti, più integrazione, più responsabilità e più rispetto delle regole. Una comunità non è semplicemente un luogo nel quale convivono persone diverse. Una comunità nasce quando persone diverse riescono a riconoscersi dentro uno spazio comune. E quello spazio comune deve avere regole chiare, controlli uguali per tutti e sanzioni applicate senza eccezioni. Questo ragionamento non riguarda soltanto via Giuseppe Di Vittorio. Riguarda Colleferro nel suo insieme e il modello di città che vogliamo costruire. Forse dobbiamo semplicemente ripartire da un principio tanto semplice quanto difficile da applicare: solidarietà e legalità non sono valori contrapposti. Sono due facce della stessa idea di comunità.
Una comunità che accoglie, ma che integra. Una comunità che riconosce le differenze, ma che non rinuncia a regole comuni. Una comunità che non discrimina nessuno, ma che non fa sconti a nessuno.



