Il video dell’uccisione di Alex Pretti, cittadino statunitense di 37 anni, infermiere di terapia intensiva presso il dipartimento governativo per i veterani, ha fatto il giro del mondo. Questa non è solo l’ennesima immagine di violenza a scorrere sui nostri schermi. È uno specchio che l’America offre a se stessa e al resto del pianeta, e ciò che riflette è sempre più inquietante. Un Paese che per decenni si è raccontato come baluardo di diritti, libertà e opportunità appare oggi prigioniero di una spirale di brutalità, paura e disumanizzazione.
Ciò che colpisce non è solo l’episodio in sé, ma il contesto in cui si inserisce. L’America sembra attraversata da una mutazione profonda, in cui il principio fondante della convivenza democratica — il limite al potere, la centralità della legge, la tutela dell’individuo — viene progressivamente eroso. Al suo posto avanza una logica più semplice e più brutale: conta chi è più forte, chi impone la propria volontà, chi non arretra.
Questa trasformazione interna si fonde sempre più chiaramente con il modo in cui gli Stati Uniti si muovono sullo scacchiere internazionale. La politica estera di Donald Trump non è una parentesi eccentrica, ma l’espressione coerente di questa deriva. Nella sua visione, il mondo non è una comunità regolata da norme condivise ma un’arena di competizione permanente. Le alleanze diventano rapporti di convenienza temporanea, il diritto internazionale un ostacolo, le istituzioni multilaterali un impaccio. Resta solo il confronto diretto tra forze diseguali, dove vince chi può permettersi di alzare di più la voce.
Questa stessa logica rimbalza all’interno dei confini nazionali. Quando la forza diventa il criterio principale di legittimazione in politica estera, finisce per contaminare anche il modo in cui uno Stato guarda ai propri cittadini. L’autorità non si misura più nella capacità di garantire diritti e mediare conflitti, ma nella dimostrazione di potenza. La legge, da strumento di equilibrio, rischia di trasformarsi in un’arma nelle mani di chi detiene il controllo.
L’America appare così sempre meno come una democrazia imperfetta ma orientata a un ideale, e sempre più come uno Stato autoritario. Un Paese in cui il potere non sente il bisogno di giustificarsi, ma solo di affermarsi. In questo scenario, la fiducia — nelle istituzioni, nelle regole, nel futuro — si assottiglia fino quasi a scomparire.
Poiché gli Stati Uniti hanno a lungo rappresentato un punto di riferimento simbolico globale, questa trasformazione non resta confinata entro i loro confini. Quando l’America rinuncia al ruolo di garante di un ordine basato su regole e diritti, manda un messaggio chiaro al mondo: la forza conta più della legittimità, il dominio più della cooperazione. È un messaggio che risuona ben oltre Washington.
Il caso di Alex Pretti diventa allora un segnale, non isolato ma emblematico. Non racconta solo una morte, ma un Paese che sembra aver smarrito il senso dei propri limiti. E pone una domanda che riguarda tutti: se l’America accetta di essere uno Stato governato dalla legge del più forte, quale spazio resta, oggi, per l’idea stessa di democrazia che diceva di difendere?








Caro Alessandro, la domanda conclusiva del tuo articolo è certamente suggestiva, e una risposta può venire dallo straordinario discorso di qualche giorno fa del premier canadese. Ma chi crede in quei valori avrà la capacità di unirsi per difenderli o continuerà ad andare in ordine sparso?