Guerra ibrida: come è cambiato il modo di combattere tra strategia e tensione

Cosa accade se una guerra non è più convenzionale o non utilizza sempre gli strumenti tradizionali come armi, bombe o carrarmati? E se un cavo sottomarino viene tranciato o un sistema informatico è sotto attacco di chi è la responsabilità? Ecco il concetto di guerra ibrida, molto ampio nella letteratura politologica e giornalistica e attuale nei principali conflitti che smuovono lo scacchiere geopolitico. La guerra ibrida non è una guerra convenzionale, né un singolo atto contro un attore statale. Composta da una combinazione coordinata di strumenti diversi, militari o non militari, dichiarati o clandestini, al fine di indebolire l’avversario. Tra questi: cyberattacchi, disinformazione, interferenza informativa, pressioni economiche, sabotaggio, manipolazione politica, utilizzo di proxy e minacce militari.

La guerra fredda ci ha già dato dimostrazione di come una guerra, per esser tale, non necessiti di armi tradizionali o di bombe nucleari. Strumenti di pressione e minacce politiche possono creare una situazione di profonda instabilità in una “grey zone” (zona grigia), una situazione a metà tra guerra e pace. Così, uno degli attori può cercare di creare danni all’avversario senza che necessariamente si arrivi ad una controrisposta militare, indebolendolo. L’arma più potente, in questo contesto, è l’ambiguità. L’attore coinvolto sa di essere in guerra ma non può dimostrare con certezza da chi provenga l’azione mirata contro di lui. Spesso, l’utilizzo di attori non statali, indiretti, proxy, società, hacker o gruppi criminali rendono il tutto ambiguo e difficile da sbrogliare.

Come può concretamente, quindi, un attore statale muovere un’azione di guerra ibrida e attraverso quali strumenti? I conflitti attuali in Medio Oriente, tra Iran, Usa e Israele mostrano già un potenziale strumento da prendere in analisi: il proxy. Il caso di Hebzollah ne è un esempio. La guerra per procura (proxy war) è una già nota forma di guerra ibrida in cui il conflitto non avviene direttamente tra attori statali, ma per mezzo di associazioni ingaggiate o finanziate. Insieme a tutto ciò, fanno da contorno intrusioni, spionaggio, interruzione di servizi e attacchi a infrastrutture, mirando all’energia, telecomunicazioni, traporti e amministrazioni. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale, specie se per mezzo dei social o dell’informazione mediatica, può disinformare e confondere l’opinione pubblica attraverso campagne pubblicitarie false, manipolazione politica, consenso polarizzato. Lo scopo è confondere il cittadino, dimostrare che non esiste più una singola verità accertata. Non necessariamente con fake news, ma decostruendo man mano la narrazione dominante o la più accreditata.

Quanto alla geopolitica attuale, il tema della dipendenza economica è cruciale. L’energia e l’economia possono essere sfruttate come leve di forza nei conflitti? Assolutamente si: accade oggi più che mai. Dopo l’inizio del conflitto tra Iran e Usa, lo stretto di Hormuz è diventata la nuova arma di ricatto geopolitico. Bloccarlo, come abbiamo visto, vuol dire impedire il transito del 20% di greggio mondiale, scatenando un enorme impatto economico e politico. In tal senso, l’obiettivo è creare una forma di pressione tale da schiacciare strategicamente l’avversario e colpire indirettamente gli altri Stati in modo da porre fine al conflitto.

La guerra ibrida non si combatte solo sul campo di battaglia. I cavi sottomarini, attraverso i quali transita circa il 99% del traffico internet globale, se danneggiati, possono produrre un impatto devastante su comunicazioni, economia e sicurezza. La difficoltà della guerra ibrida è anche questa, poiché un cavo danneggiato non implica necessariamente che sia stato sabotato. La sfida non consiste soltanto nell’evitare danni a queste infrastrutture, ma nel comprendere rapidamente cosa è accaduto e perché, se vi sia stata un’azione deliberata o chi possa esserne responsabile. Il confine, spesso, rimane incerto.

La questione diventa anche politica: quando un’azione ibrida può, di fatto, essere considerata come guerra? Prendendo in analisi i criteri adottati dalla Nato, le minacce ibride, come parte del quadro della sicurezza collettiva, possono mettere in discussione anche l’eventuale applicazione dell’art.5 (difesa collettiva). Poiché è un terreno incerto, non ogni singolo attacco cyber, informatico o infrastrutturale può essere parte di un’azione ibrida, pertanto diventa complicato il confine tra un singolo atto ostile o uno scenario di guerra aperta. Nel quadro attuale, la questione riguarda anche l’Italia: il nostro paese è fortemente interconnesso ed esposto a vulnerabilità mediante porti, infrastrutture marittime, cavi sottomarini, telecomunicazioni, reti, trasporti e sistemi digitali della pubblica amministrazione e di catene di approvvigionamento.

Per riflettere e provare a capire come si evolverà il quadro geopolitico e come saranno le guerre del futuro è utile porre una domanda fondamentale: quanto la guerra ibrida diventerà parte dei futuri conflitti e come saremo in grado di prevederla o riconoscerla, se è sempre più complesso separare i singoli eventi e ricostruirli?

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