Il Mes spacca le alleanze tra i partiti italiani

La notizia che solo a settembre il Parlamento Europeo voterà sul Mes ha  suscitato sconcerto tra i partiti e ha irritato anche l’esecutivo. Alla luce della decisione, preceduta da un annuncio di Angela Merkel, si è acuita la spaccatura tra chi è favorevole all’uso del Fondo e chi, invece, ritiene che le condizioni possano superare i vantaggi. Tali divisioni infiammano le alleanze di coalizione, come il Centrodestra, e quelle di governo, tra Pd e M5S.

Il 17 e il 18 luglio, durante il Consiglio Europeo, l’Italia dovrà chiudere un accordo sul bilancio pluriennale e sul Recovery Fund, ma non sul Mes. Giuseppe Conte, secondo quanto riporta “La Stampa”, il 15 luglio chiederà il voto per ricevere mandato dal Parlamento affinché possa battersi per la causa italiana in Europa. Tra le forze politiche c’è tanta tensione, sia per la strategia del premier, sia per le tattiche – diverse – che ciascun partito adotterebbe riguardo al Mes.

La capogruppo di Forza Italia al Senato, Annamaria Bernini, ha lanciato un ultimatum che suona come un ricatto per il governo, qualora l’incertezza sul Fondo dovesse proseguire: “Noi non voteremo lo scostamento di bilancio”.

In verità, la posizione degli azzurri all’interno del Centrodestra è inedita: i soldi del Mes vanno presi. Ciò costituisce una stecca nel coro dei sovranisti, che già da mesi combattono il prestito dell’Ue con l’idea che le condizioni e l’occhio arcigno dei “poteri forti” possano danneggiare l’Italia. Meloni e Salvini non accettano imposizioni e guardano di sbieco l’Unione. In particolare, il leader della Lega afferma che basterebbero i Btp per risollevare l’erario statale, dimentico, tuttavia, che emettere buoni del tesoro non è gratuito e per finanziarli occorrerebbe accrescere l’imposizione fiscale. Per di più, alcuni governatori di Centrodestra, come Fontana, Toti e Cirio, hanno espresso posizioni di apertura al Fondo, a testimonianza che pure a livello decentralizzato la partita è aperta.

A conti fatti, ovvero quando l’Italia avrà deciso sul Mes, potremmo (il condizionale è d’obbligo) assistere alla frattura definitiva in seno al Centrodestra; il partito di Berlusconi, per tempra, è diverso dagli alleati. La coalizione vuole apparire unita, sceglie più o meno democraticamente i candidati delle amministrative, però per ideologie è frammentata. Paradossalmente, Forza Italia è più vicina al Pd, il quale per natura e storia dovrebbe esserle antitetico, anche se in verità i dem di oggi conservano poco del fu comunismo. E le dichiarazioni riguardo al Mes, che mette d’accordo i due, dimostrano quanto sopra scritto.

La breccia, nondimeno, è assai più evidente all’interno dell’esecutivo. Infatti, le due forze al potere, Pd e M5S, hanno opinioni opposte: i democratici, spinti da Nicola Zingaretti, accetterebbero il prestito del Fondo, mentre i grillini, da sempre avversi alle politiche extra nazionali, direbbero di no.

Nel tavolo delle ostilità, Conte siede a capotavola, però non sa ancora cosa ordinare. Temporeggia, da moderato e cauto homo novus della politica qual è. Eppure non si accorge, o finge di non vedere, che se il suo esecutivo andrà avanti, ciò avverrà per inerzia. Ha ricevuto il secondo mandato grazie all’errore di Salvini, il quale credeva nelle elezioni anticipate, e ha riunito due partiti che hanno poco in comune, se non la voglia di mantenere il posto in Aula, a cui la politica purtroppo ci ha abituato. 

Lo scacchiere della cosa pubblica oggigiorno è insolito e soggetto a mutamenti repentini. Al momento di sciogliere il dubbio sul Mes, i partiti presenteranno un conto all’esecutivo e si ripartiranno le spese di approvvigionamento, in termini di popolarità e consenso. Fuor di metafora, settembre è vicino, ma la società, che la politica ha il compito di ordinare, cambia in fretta. Il coronavirus ha dato una grossa lezione in questi termini.

Il governo saprà vincere le pressioni dell’Ue, delle opposizioni e dei franchi tiratori?

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