Nel dibattito sulla giustizia prevalgono slogan e propaganda. Ma la qualità della democrazia dipende anche dalla responsabilità con cui scegliamo le parole
Guardando le campagne per il referendum sulla giustizia, si ha spesso la sensazione di assistere a qualcosa di grottesco. Non a un confronto tra idee, ma a una gara a chi urla più forte. Il fronte del sì e quello del no si inseguono tra slogan, semplificazioni e parole lanciate nello spazio pubblico come se non avessero peso.
Eppure proprio in momenti come questi dovremmo ricordarci quanto le parole siano importanti.
In Harry Potter, Albus Silente osserva: “Le parole sono, a mio non così umile parere, la nostra più inesauribile fonte di magia.” Non perché siano incantesimi, ma perché producono effetti reali. Le parole orientano le persone, costruiscono fiducia oppure la erodono, chiariscono oppure confondono. Possono illuminare un problema oppure nasconderlo dietro una nuvola di retorica.
Quando il dibattito pubblico si riduce a propaganda, questa magia si dissolve. Rimane solo il rumore: frasi fatte, accuse reciproche, caricature dell’avversario utili a mobilitare i propri sostenitori ma incapaci di aiutare i cittadini a capire davvero cosa è in gioco.
E invece il referendum — proprio perché chiama i cittadini a decidere direttamente — dovrebbe pretendere il massimo di chiarezza. Dovrebbe essere il momento in cui la politica spiega, argomenta, ammette la complessità delle scelte.
Forse, prima ancora di decidere come votare, varrebbe la pena pretendere qualcosa di più semplice e allo stesso tempo più difficile: parole usate con responsabilità. Meno slogan, meno tifoserie, meno scorciatoie polemiche. Più onestà nel dire cosa davvero si pensa e cosa davvero si vuole cambiare.
Perché la qualità della nostra democrazia passa anche da qui: dal rispetto che dimostriamo per le parole che scegliamo di usare.







