Dopo anni di guerra ombra e quasi un anno di confronto diretto tra Teheran e Tel Aviv, culminato nell’offensiva congiunta Usa-Israele del febbraio 2026, il conflitto mediorientale sembra essere entrato in una fase di tregua fragile e negoziati incerti. Non si tratta tecnicamente di una pace, né di un vero cessate il fuoco stabile: l’offensiva totale iniziata il 28 febbraio con gli attacchi israelo-americani contro le infrastrutture iraniane si è temporaneamente fermata, ma la pressione militare continua sotto altre forme. Il baricentro dello scontro si è progressivamente spostato dal campo militare ai tavoli diplomatici, dove si intrecciano il dossier nucleare — tema centrale per l’amministrazione Trump — la sicurezza energetica globale e il ruolo, ancora ambiguo, dell’Europa.
Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran sarebbero vicine a un memorandum preliminare in quattordici punti che dovrebbe congelare almeno temporaneamente le ostilità e aprire una nuova fase di negoziati sul programma nucleare iraniano. Reuters e Axios parlano di un accordo “a una pagina”, concepito come un’intesa-ponte: l’Iran sospenderebbe parte dell’arricchimento dell’uranio e limiterebbe le attività nello Stretto di Hormuz mentre in cambio gli Stati Uniti alleggerirebbero alcune sanzioni economiche e ridurrebbero la pressione militare nel Golfo.
Lo Stretto di Hormuz come epicentro della crisi
Il nodo centrale resta però Hormuz. Lo stretto, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato il principale strumento di pressione strategica iraniano. Teheran ha più volte minacciato di limitarne il traffico e nelle ultime settimane ha collegato la piena riapertura della rotta marittima alla fine del blocco navale americano e a garanzie contro nuovi attacchi israeliani. Nelle ultime ore, tuttavia, proprio Hormuz è tornato a essere il punto più instabile del conflitto. Nuovi incidenti militari tra Iran e Stati Uniti, attacchi contro navi commerciali e il coinvolgimento più diretto degli Emirati Arabi Uniti hanno mostrato quanto fragile resti il tentativo di tregua informale. Secondo fonti occidentali, centinaia di navi starebbero subendo ritardi o deviazioni a causa dei controlli iraniani e della presenza militare americana nell’area. La diplomazia, in altre parole, continua a convivere con una situazione di escalation latente.
Donald Trump oscilla tra aperture diplomatiche e retorica muscolare. Da una parte sostiene che “un accordo è possibile” ma dall’altra continua a ribadire che l’Iran “non può avere l’arma nucleare” e mantiene l’opzione militare sul tavolo. L’amministrazione americana ha sospeso alcune operazioni navali più aggressive nel Golfo — in particolare la missione “Project Freedom” — proprio per evitare il collasso dei colloqui. Tuttavia Washington continua a imporre condizioni molto dure: controllo internazionale sugli impianti iraniani, limitazioni di lungo periodo all’arricchimento dell’uranio e trasferimento all’estero delle scorte altamente arricchite. Per Teheran, invece, il punto politico fondamentale resta la sopravvivenza del regime e il riconoscimento del diritto al nucleare civile. Dopo i bombardamenti di febbraio e marzo, la leadership iraniana ha bisogno di presentare eventuali concessioni come una vittoria strategica e non come una resa. La nuova proposta iraniana, trasmessa attraverso mediazioni pakistane e omanite, cerca proprio questo equilibrio: prima la fine della guerra e delle restrizioni marittime, poi il negoziato sul nucleare. Israele, dal canto suo, osserva i colloqui con forte diffidenza. Per il governo Netanyahu il problema non è soltanto il nucleare, ma l’intera architettura regionale costruita dall’Iran negli ultimi vent’anni: Hezbollah in Libano, le milizie sciite irachene, gli Houthi nello Yemen. Per questo Tel Aviv continua a colpire obiettivi legati all’“Asse della resistenza” anche mentre gli Stati Uniti negoziano. La divergenza strategica tra Washington e Israele è diventata uno degli elementi più delicati della crisi: la Casa Bianca sembra interessata a congelare il conflitto, mentre Israele teme che una possibile tregua lasci intatta la capacità militare iraniana.
Dietro le trattative c’è però anche un altro elemento, meno visibile ma decisivo: la politica interna americana. Trump è entrato nella campagna elettorale permanente che accompagna il suo secondo mandato e sa che una guerra lunga in Medio Oriente rischia di trasformarsi in un costo politico enorme. La promessa trumpiana di riportare gli Stati Uniti fuori dalle “endless wars” è entrata in collisione con la realtà strategica della regione. Una parte del Partito Repubblicano — soprattutto l’ala nazionalista e isolazionista — considera il conflitto iraniano un errore che rischia di drenare risorse militari e finanziarie mentre Washington dovrebbe concentrarsi sulla competizione con la Cina. Allo stesso tempo, i falchi repubblicani e buona parte dell’establishment democratico continuano a sostenere la necessità di impedire a Teheran di diventare una potenza nucleare.
Anche in Iran il quadro interno è più fragile di quanto appaia. La guerra ha alimentato una mobilitazione nazionalista che ha temporaneamente ricompattato parte della società attorno alla Guida Suprema Ali Khamenei, ma ha aggravato una crisi economica già pesantissima. Inflazione, svalutazione del rial e scarsità di beni essenziali stanno aumentando la pressione sociale. Per il regime iraniano il negoziato con Washington non è soltanto una questione geopolitica: è anche un tentativo di ottenere ossigeno economico e ridurre il rischio di nuove proteste interne. In questo senso, le sanzioni occidentali continuano a essere uno degli strumenti più efficaci di pressione politica.
Gli equilibri regionali e il ruolo di Cina e Russia
La guerra ha inoltre modificato gli equilibri regionali. Le monarchie del Golfo, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, stanno cercando di mantenere una posizione ambigua. Da una parte restano alleate degli Stati Uniti e condividono il timore per l’espansione iraniana; dall’altra temono che un conflitto prolungato possa destabilizzare l’intera regione e colpire direttamente le loro economie. Riad, che negli ultimi anni aveva avviato una cauta normalizzazione diplomatica con Teheran mediata dalla Cina, oggi si trova stretta tra la necessità di contenere l’Iran e quella di evitare una guerra regionale incontrollabile.
Ed è proprio la Cina uno degli attori più importanti della crisi, benché meno esposto mediaticamente. Pechino importa grandi quantità di petrolio iraniano e considera la stabilità del Golfo essenziale per la propria sicurezza energetica. Per questo la diplomazia cinese ha sostenuto i tentativi di mediazione e criticato apertamente gli attacchi occidentali contro l’Iran. Anche la Russia continua a mantenere relazioni strette con Teheran, soprattutto sul piano militare e tecnologico, ma il Cremlino appare più prudente rispetto al passato: Mosca non vuole essere trascinata in un altro fronte diretto mentre la guerra in Ucraina continua ad assorbire risorse e attenzione strategica.
L’Europa tra marginalità diplomatica e paura energetica
La crisi iraniana ha inoltre incrinato uno dei rapporti politici più solidi costruiti da Trump in Europa: quello con Giorgia Meloni. A inizio maggio, Washington ha inviato a Roma il segretario di Stato Marco Rubio in una missione diplomatica interpretata da molti osservatori come un tentativo di disgelo con il governo italiano e con il Vaticano dopo settimane di tensioni sulla guerra contro Teheran. Al centro dei colloqui con Meloni, Tajani e la Santa Sede non soltanto l’Iran e la sicurezza nello Stretto di Hormuz, ma anche il ruolo dell’Italia nel dispositivo strategico americano nel Mediterraneo e il crescente disagio europeo verso l’escalation militare statunitense. Francia, Germania e Italia stanno cercando di recuperare un ruolo diplomatico soprattutto sul terreno delle garanzie economiche e della sicurezza energetica. Tuttavia l’Unione europea si trova in una posizione ambigua: da un lato sostiene la ripresa del negoziato nucleare; dall’altro ha aumentato la pressione contro i Pasdaran e si è allineata alla strategia americana di contenimento regionale dell’Iran. La guerra ha inoltre reso evidente la debolezza geopolitica europea. Il rischio di chiusura di Hormuz ha provocato nuove tensioni sui mercati energetici e riaperto la dipendenza europea dalle rotte del Golfo. Dopo la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, Bruxelles sperava di aver diversificato le proprie fonti di approvvigionamento, ma il conflitto iraniano ha mostrato quanto il sistema energetico globale resti vulnerabile agli shock geopolitici mediorientali.
C’è poi un altro elemento che preoccupa le cancellerie europee: la possibilità che la guerra produca una nuova ondata migratoria e una destabilizzazione ulteriore del Mediterraneo. Un conflitto prolungato potrebbe riattivare reti jihadiste regionali, aumentare la pressione sui paesi confinanti e alimentare nuove crisi umanitarie. Per l’Europa il problema iraniano non riguarda soltanto il nucleare o il petrolio, ma la tenuta complessiva dell’ordine mediterraneo.
L’interrogativo, adesso, è se i negoziati in corso rappresentino l’inizio di una reale de-escalation o soltanto una pausa tattica: la struttura dell’accordo in discussione ricorda più un cessate il fuoco armato che un trattato di pace in cui gli Stati Uniti vogliono guadagnare tempo evitando un’altra guerra infinita in Medio Oriente, l’Iran cerca di salvare il regime e alleggerire le sanzioni ed Israele punta invece a impedire che Teheran recuperi capacità strategica. Più che verso una pace stabile, il Medio Oriente sembra avviarsi verso una gestione permanente della crisi: una guerra a bassa intensità fatta di tregue intermittenti, pressione economica, deterrenza navale e negoziati continuamente minacciati dalla possibilità di un nuovo scontro diretto. Per ora nessuno degli attori coinvolti appare disposto a rinunciare ai propri obiettivi fondamentali. Ed è proprio questa asimmetria a rendere fragile qualsiasi possibile intesa.







