Le parole contano. Soprattutto quando a pronunciarle è chi ricopre un ruolo pubblico, fa politica e dovrebbe dare l’esempio.
“Si porta malissimo gli anni che ha, le regalerei dei trucchi”. Simonetta Matone sceglie questa linea per attaccare Elly Schlein. Non una critica politica, ma un giudizio sull’aspetto. Un terreno che con il confronto democratico ha poco a che fare, ma che continua a riemergere con una puntualità quasi automatica.
È un riflesso noto: quando il contenuto manca o passa in secondo piano, si scivola sulla persona. E quando la persona è una donna, il passaggio è ancora più prevedibile. Aggravante del caso, il fatto che il giudizio inopportuno travestito da ironia sia giunto da donna a donna. Ma non è quella, la Lega che si era fatta promotrice del nuovo Codice Rosso?
Qui non si tratta di difendere Schlein, piuttosto di interrogarsi su cosa diventa il dibattito pubblico se questo è il livello. Perché una frase del genere non resta isolata: contribuisce a definire il tono generale, legittima un certo tipo di linguaggio che di solito si tende, giustamente, a combattere.
Matone appartiene a un’area che negli ultimi anni ha rivendicato con forza interventi contro la violenza sulle donne, dal piano culturale a quello normativo. Una linea che, nelle intenzioni, punta a contrastare comportamenti e linguaggi che alimentano discriminazione e aggressività. Ma la coerenza non è un dettaglio.
Non basta intervenire dopo, irrigidendo pene e procedure, se prima si contribuisce a normalizzare un registro che riduce l’avversario a un bersaglio personale. Non basta distinguere tra “battuta” e “violenza”, se il risultato è sempre lo stesso: spostare il confronto lontano dai contenuti.
La politica dovrebbe essere il luogo in cui le differenze si misurano sulle idee. Quando invece si sceglie la scorciatoia dell’attacco personale, si rinuncia a quella funzione. E si manda un messaggio preciso: il confronto può essere sostituito dal colpo facile.







