Il sabato italiano: l’avanguardia e il varietà di Antonello Falqui

Dalla rivoluzione visiva di Studio Uno alla magia di Milleluci: la grande stagione della televisione italiana, tra la Roma della Dolce Vita, i protagonisti dello spettacolo e un’idea di intrattenimento diventata patrimonio collettivo

«Un sabato qualunque, un sabato italiano», cantava Sergio Caputo, evocando con una sfumatura di colta nostalgia un’atmosfera che, prima di diventare mito pop e memoria collettiva, era stata una vera rivoluzione estetica e culturale.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta, Antonello Falqui firmò alcuni dei programmi più importanti della storia della televisione italiana: Il Musichiere, Canzonissima, Studio Uno, Biblioteca di Studio Uno, Sabato sera, Teatro 10, Milleluci, Dove sta Zazà e Fatti e fattacci. Attraverso questi spettacoli trasformò il varietà in una forma d’arte, coniugando avanguardia visiva, qualità musicale, comicità, danza e grandi interpreti.

La rivoluzione di via Teulada

Negli studi Rai di via Teulada 66, a Roma, Falqui costruì un linguaggio televisivo inconfondibile. Scenografie geometriche e astratte, pavimenti riflettenti, giochi di luce, coreografie millimetriche e una regia dalla precisione quasi cinematografica contribuirono a ridefinire il modo di concepire lo spettacolo televisivo. Il sabato sera diventò un appuntamento collettivo per milioni di italiani e il varietà una delle massime espressioni dello spettacolo nazionale.

Era l’Italia del miracolo economico, un Paese in rapida trasformazione, che scopriva il benessere, nuovi consumi e modelli culturali fino ad allora lontani. Roma, intanto, era una capitale internazionale dello spettacolo, la celebre «Hollywood sul Tevere»: a Cinecittà arrivavano le grandi produzioni americane e le star internazionali, mentre registi, produttori e attori italiani vivevano una stagione di straordinaria vitalità.

Era anche la Roma felliniana della Dolce Vita, immortalata nel 1960 da Federico Fellini. Via Veneto diventava il salotto mondano della città, tra il Doney, l’Harry’s Bar e il Café de Paris, frequentati da attori, aristocratici, produttori, giornalisti, fotografi e protagonisti del jet set internazionale.

La notte romana aveva i suoi luoghi simbolo: La Rupe Tarpea, il Jicky Club, La Cabala e, negli anni Settanta, il Jackie O’, insieme al Piper, autentico laboratorio della nuova cultura giovanile.  Attori, cantanti, musicisti, produttori, giornalisti, cronisti mondani e fotografi si incontravano in una città che sembrava vivere continuamente dentro un set cinematografico.  Cinema, teatro, musica, giornalismo e mondanità si contaminavano continuamente, alimentando un patrimonio di talenti che avrebbe trovato nella televisione una delle sue vetrine più importanti. Ma il cuore di questa storia rimane la rivoluzione televisiva di Antonello Falqui.

Da Il Musichiere a Studio Uno: nasce il grande varietà

Già nel 1957, con Il Musichiere, condotto da Mario Riva, Falqui contribuì a trasformare il quiz musicale in un fenomeno di massa. Il programma, in onda fino al 1960, fu uno dei primi grandi riti collettivi della televisione italiana. Seguirono le edizioni di Canzonissima del 1958 e del 1959, che consolidarono il varietà del sabato sera come appuntamento centrale della programmazione Rai.

Il vero salto estetico arrivò nel 1961 con Studio Uno. Pavimenti riflettenti, scenografie essenziali, tagli di luce verticali, geometrie astratte e movimenti di macchina calibrati rompevano con la tradizionale impostazione teatrale. Lo studio televisivo diventava uno spazio moderno, nel quale ogni elemento scenico dialogava con la musica, la danza e la presenza degli interpreti.

Al centro di questo universo si impose Mina, protagonista di una delle stagioni più straordinarie della televisione italiana. Accanto a lei si alternarono Walter Chiari, Lelio Luttazzi, Paolo Panelli, Luciano Salce e il Quartetto Cetra. Le gemelle Alice ed Ellen Kessler, con la loro precisione atletica e le coreografie di Don Lurio, introdussero un’immagine internazionale e modernissima del corpo di ballo.

La musica era uno degli elementi fondamentali dello spettacolo. Le orchestre dirette da Gorni Kramer e Bruno Canfora erano formazioni di altissimo livello, capaci di spaziare dal jazz allo swing, dalla canzone pop alle partiture orchestrali. Non semplici accompagnamenti, ma autentiche protagoniste della scena, con arrangiamenti sofisticati e musicisti di grande preparazione.

Anche la comicità godeva di una dignità artistica assoluta. Walter Chiari portava sul palco la sua straordinaria capacità narrativa e improvvisativa; Lelio Luttazzi univa pianoforte, jazz e ironia; Luciano Salce introduceva una satira elegante e surreale. Accanto a loro si muovevano personalità come Franca Valeri, Bice Valori, Gino Bramieri, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini.

Una scuola di artisti, dal teatro alla televisione

Nel 1964 Falqui realizzò Biblioteca di Studio Uno, una delle sue invenzioni più originali. Il Quartetto Cetra reinterpretava i grandi classici della letteratura mondiale attraverso parodie musicali, travestimenti e situazioni comiche. Era un modo intelligente e divertente di avvicinare il grande pubblico alla cultura, dimostrando come anche l’intrattenimento potesse possedere una notevole qualità intellettuale.

Quella televisione raccoglieva l’eredità di una straordinaria tradizione teatrale. Un esempio emblematico era Rugantino, la celebre commedia musicale di Garinei e Giovannini, con musiche di Armando Trovajoli, che debuttò al Teatro Sistina il 15 dicembre 1962 con Nino Manfredi, Lea Massari, Aldo Fabrizi e Bice Valori. Nella successiva edizione internazionale, approdata a Broadway nel 1964, Ornella Vanoni sostituì Lea Massari nel ruolo di Rosetta.

Era una scuola di spettacolo nella quale gli attori dovevano saper recitare, cantare, improvvisare e dominare il palcoscenico. Aldo Fabrizi rappresentava la grande tradizione popolare e teatrale romana; Vanoni portava invece la raffinatezza della canzone d’autore e una personalità interpretativa sofisticata. Due sensibilità differenti, entrambe capaci di arricchire il panorama dello spettacolo italiano.

Sabato sera, Canzonissima e i grandi protagonisti

Nel 1967 arrivò Sabato sera, con Mina, Lola Falana, Franca Valeri e Rocky Roberts. La trasmissione raggiunse uno dei momenti più memorabili della propria storia nell’ultima puntata, il 10 giugno 1967. In un irresistibile gioco di complicità e ironia, Mike Bongiorno, Corrado, Enzo Tortora e Pippo Baudo salirono contemporaneamente sul palco per cantare con Mina una versione parodistica di Quando dico che ti amo.

Un incontro straordinario tra quattro personalità destinate a dominare la conduzione televisiva italiana: la rassicurante autorevolezza di Bongiorno, l’improvvisazione sorniona di Corrado, l’eleganza rigorosa di Tortora e l’energia professionale di Baudo.

Nel 1968 Falqui tornò a Canzonissima, con Mina, Walter Chiari e Paolo Panelli. La trasmissione riuniva grandi interpreti della musica leggera e della comicità: dalle esibizioni di Rita Pavone alle imitazioni di Alighiero Noschese, dalla comicità musicale di Pippo Franco alle interpretazioni dei grandi cantanti dell’epoca. L’anno successivo Falqui diresse una nuova edizione, con Raimondo Vianello, Johnny Dorelli e le gemelle Kessler. Il varietà era ormai diventato la massima vetrina dello spettacolo nazionale.

Dietro questa macchina lavorava una generazione di autori e professionisti straordinari. Guido Sacerdote, Antonio Amurri, Dino Verde, Maurizio Jurgens, Enrico Vaime, Italo Terzoli e Marcello Marchesi contribuirono a una tradizione autorale di grande qualità. Scenografi, costumisti, direttori della fotografia, tecnici delle luci e coreografi partecipavano alla costruzione di spettacoli nei quali ogni dettaglio aveva una funzione precisa.

Era il periodo della Rai di Ettore Bernabei, direttore generale dal 1960 al 1974, quando il servizio pubblico investiva nella qualità delle produzioni, nella formazione professionale e nella costruzione di un’identità culturale nazionale.

Gli anni Settanta: Teatro 10, Milleluci e la maturità del varietà

Nei primi anni Settanta Falqui continuò la sua ricerca con programmi differenti, ma accomunati dalla stessa cura formale. Nel 1971 firmò Speciale per noi, con Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Bice Valori e Paolo Panelli, e una nuova edizione di Teatro 10, con Alberto Lupo. Nel 1972 tornò a Teatro 10, ancora con Lupo, questa volta affiancato da Mina, e realizzò Sai che ti dico?, con Raimondo Vianello, Sandra Mondaini, Iva Zanicchi e Minnie Minoprio.

Teatro 10 proponeva uno studio essenziale, con orchestra a vista, nel quale la presenza degli artisti diventava il centro assoluto della scena. Fu proprio qui che Mina interpretò Parole parole, nel 1972, insieme ad Alberto Lupo, su musica di Gianni Ferrio e testo di Leo Chiosso e Giancarlo Del Re. Un dialogo musicale diventato uno dei classici assoluti della canzone italiana.

Nel 1973 arrivò L’appuntamento, con Walter Chiari e Ornella Vanoni, un raffinato incontro tra comicità, recitazione e canzone, accompagnato dall’orchestra diretta da Bruno Canfora e dalle coreografie di Don Lurio. Nello stesso anno Falqui realizzò Dove sta Zazà, con Gabriella Ferri, Pino Caruso e Pippo Franco, abbandonando le geometrie futuristiche per costruire un malinconico universo da café-chantant, fatto di canzone popolare romana e napoletana, ironia e teatro.

Nel 1974 realizzò Milleluci, con la conduzione congiunta di Mina e Raffaella Carrà. Due personalità differenti e complementari, capaci di attraversare la storia della radio, del cinema, della rivista e della musica, dando vita a uno dei vertici del varietà europeo.

Nel 1975, con Fatti e fattacci, Falqui affidò a Gigi Proietti e Ornella Vanoni un viaggio teatrale e musicale attraverso la tradizione popolare italiana. I due interpretavano cantastorie e saltimbanchi, attraversando le piazze di diverse città in uno spettacolo che univa recitazione, canto e comicità. Le musiche di Bruno Canfora accompagnavano una messinscena originale, premiata con la Rosa d’Oro di Montreux. Nello stesso anno Falqui diresse anche Mazzabubù, con Gabriella Ferri, Pippo Franco, Oreste Lionello, Enrico Montesano e Gianfranco D’Angelo.

Nel 1977, infine, Bambole, non c’è una lira! recuperò con ironia la grande tradizione della rivista degli anni Trenta e Quaranta, con Tino Scotti, Gianni Agus, Isabella Biagini, Christian De Sica, Leopoldo Mastelloni e Loredana Bertè. Era un omaggio all’avanspettacolo e al teatro di varietà, un patrimonio artistico che la televisione di Falqui aveva saputo raccogliere e rinnovare.

Soprannominato il «Giulio Cesare della cabina di regia» per il carattere severo e il controllo assoluto sui tempi dello spettacolo, Falqui era un perfezionista. Le prove erano lunghe, le coreografie millimetriche, le luci studiate nel dettaglio e i costumi scelti per dialogare con la composizione dell’immagine. La sua regia non lasciava nulla al caso.

La televisione raccontata dal cinema e il cambiamento del linguaggio

Una testimonianza curiosa e significativa del prestigio raggiunto dalla televisione di quegli anni arriva persino dal cinema. Nel 1965, nell’episodio Guglielmo il dentone del film I complessi, Alberto Sordi interpreta un aspirante lettore del Telegiornale Rai, colto e preparatissimo, ma penalizzato dalla propria dentatura.

La vicenda prende ironicamente di mira il peso dell’immagine e della telegenia, ma restituisce anche uno spaccato dell’universo Rai, con la partecipazione di autentici protagonisti dello spettacolo televisivo, tra cui le gemelle Kessler, Lelio Luttazzi, Edy Campagnoli, Nanni Loy e Alessandro Cutolo. È significativo che persino la grande commedia cinematografica sentisse il bisogno di raccontare quel mondo, ormai diventato centrale nell’immaginario nazionale.

Proprio mentre il grande varietà classico raggiungeva la sua maturità, si affacciava una nuova generazione destinata a cambiarne il linguaggio. Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Giorgio Bracardi avrebbero introdotto una televisione più anarchica, ironica e imprevedibile. Con Speciale per voi, dal 1969, e soprattutto L’altra domenica, dal 1976, la televisione si aprì a telefonate, collegamenti, personaggi eccentrici e situazioni imprevedibili.

Se Falqui aveva trasformato lo studio in una cattedrale di geometrie e luci, Arbore e Boncompagni ne facevano un laboratorio di improvvisazione e libertà espressiva.

Negli anni Ottanta, con l’affermazione di Silvio Berlusconi e delle reti Fininvest, il sistema televisivo italiano avrebbe conosciuto un’ulteriore trasformazione, attraverso la concorrenza commerciale, la centralità della pubblicità e una programmazione sempre più orientata al mercato.

C’è anche una curiosità biografica che merita di essere ricordata: prima di diventare imprenditore televisivo, Berlusconi aveva avuto una giovanile esperienza da intrattenitore e cantante sulle navi da crociera, insieme all’amico Fedele Confalonieri, che lo accompagnava al pianoforte. I due si esibivano con un repertorio internazionale, nel quale trovava spazio anche la canzone francese. Una formazione da chansonnier, legata alla cultura musicale di interpreti come Charles Trenet e Yves Montand, che precede la sua successiva avventura imprenditoriale.

Una televisione di qualità e di classe

Rimane però una considerazione che va oltre la nostalgia. Quella televisione possedeva una qualità complessiva e un livello di classe che meritano di essere ricordati. La differenza non riguardava soltanto i grandi programmi, ma praticamente ogni aspetto della produzione: la scrittura dei testi, la preparazione dei conduttori, la proprietà del linguaggio, la qualità delle orchestre, gli arrangiamenti musicali, la recitazione, le scenografie, i costumi, le luci, le coreografie e persino il modo di presentarsi e di stare in scena.

Mike Bongiorno, Corrado, Enzo Tortora e Pippo Baudo rappresentavano modi differenti di intendere la conduzione, ma avevano in comune una professionalità costruita attraverso anni di esperienza. Sapevano ascoltare, dialogare, improvvisare e valorizzare gli artisti. C’era una cura generale, una ricerca dell’eleganza e una consapevolezza del proprio ruolo che coinvolgevano tutte le professionalità, davanti e dietro le telecamere.

Non era soltanto una televisione più elegante: era una televisione nella quale si pretendeva molto di più da ogni componente dello spettacolo. Anche il divertimento aveva una dignità artistica e non aveva bisogno di volgarità, urla o protagonismi esasperati per conquistare il pubblico.

Quando Sergio Caputo evocava quel sabato italiano, cantava probabilmente anche la nostalgia per un equilibrio ormai irripetibile. Un’epoca nella quale il piccolo schermo riusciva a trasformare il varietà in un grande teatro nazionale, facendo convivere Mina e le Kessler, Walter Chiari e Paolo Panelli, Franca Valeri e Gino Bramieri, Gabriella Ferri e Gigi Proietti, Raffaella Carrà e Christian De Sica.

Antonello Falqui ne era stato il direttore d’orchestra e il principale architetto visivo. La sua eredità non consiste soltanto nei programmi realizzati, ma in un’idea di televisione nella quale anche il divertimento doveva possedere una forma, una misura, una qualità e una precisa identità artistica.

E forse è proprio questo il segreto di quel sabato italiano: aver saputo trasformare il varietà, un genere apparentemente leggero e destinato al consumo immediato, in una forma d’arte collettiva, capace di raccontare un Paese mentre cambiava.

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