Francesca Albanese, la relatrice Onu per i territori palestinesi occupati, è finalmente libera dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Un freno ideologico che l’amministrazione americana aveva imposto, accusandola di antisemitismo e di essere poco imparziale, poiché – si diceva – avrebbe favorito una narrazione tendente a favorire Hamas e a condannare apertamente Israele. Per comprendere l’importanza della denuncia sociale di Francesca Albanese in merito al massacro del popolo palestinese, dobbiamo partire dagli ultimi 3 anni di guerra in Medio Oriente, in particolare tra Israele e Gaza. Un massacro brutale di oltre 70.000 civili, di cui la metà bambini.
Un massacro di un popolo spesso disarmato e ostaggio di un gruppo terroristico, Hamas, che fin dopo la vittoria delle elezioni nella striscia ha preferito la lotta armata. Una guerra in cui non si fronteggiano due eserciti, ma un solo esercito contro una popolazione affamata. Una guerra che alcuni hanno anche definito genocidio perché l’intento, tra bombardamenti a ospedali, infrastrutture e target civili era spingere la popolazione ad abbandonare la striscia del tutto. Terra che sarebbe, dopo, diventata elemento di profitto e di affari.
Le parole del Presidente della Repubblica Sergio risuonano chiare, eppure invano. “In molte, troppe parti del mondo il diritto internazionale viene apertamente violato e il diritto umanitario disatteso. La ferma opposizione a ogni forma di sopraffazione costituisce una conquista morale da preservare e difendere”. Con queste parole Mattarella si rivolge a Carla Marina Lendaro del comitato “Iniziative 50 anni Processo Risiera”. L’occasione è il convegno a 50 anni di distanza dal processo della Risiera di San Sabba in corso all’Università di Trieste. Oggetto del dibattimento, che coinvolse più di 174 testimoni, l’attività criminale degli uomini dell’Ekr – l’unità speciale nazista legata alle operazioni di sterminio – che furono imputati per “omicidio plurimo pluriaggravato continuato”. Così riporta il Fatto Quotidiano.
La politica nostrana tace del tutto di fronte ad una decisione importante per Francesca Albanese e per la sua famiglia. Le sanzioni sono state sospese, ma in silenzio. Se i giornali ne parlano, la politica tace in maniera imbarazzante, o peggio si defila mentre in diverse altre occasioni aveva commentato anche eventi e fatti di cronaca di cui conosceva ben poco. Alla domanda rivolta al ministro Tajani su cosa pensasse della decisione del giudice statunitense, ha risposto dicendo che “non può commentare le decisioni di tutti i tribunali del mondo.”
Eppure, la decisione del giudice Richard Leon ha un peso. La sentenza è importante per la relatrice Albanese e per la sua famiglia: infatti, le sanzioni imposte prevedevano il divieto di ingresso negli Stati Uniti e pesantissime restrizioni finanziarie come il blocco dei conti correnti. La causa legale era stata intentata dal marito di Albanese e dalla figlia minorenne. Il giudice, nella sentenza, ha scritto che le sanzioni rischiavano di violare il primo emendamento.
Il punto, dopo questo episodio, riguarda la libertà di espressione e la possibilità che uno Stato possa utilizzare sanzioni economiche (che di solito sono riservate a terroristi, stati, criminali di guerra) per silenziare un funzionario delle Nazioni Unite.







