Frida Kahlo è una di quelle persone che conosci anche se non sai niente di arte.
Conosci il volto, i fiori tra i capelli, il monociglio. Probabilmente hai visto una sua faccia su una maglietta, una borsa, una tazza o una calamita. Esiste persino una Barbie di Frida Kahlo. Ed è abbastanza assurdo se pensiamo che stiamo parlando di una pittrice morta nel 1954.
È proprio questo il punto da cui parte Frida: The Making of an Icon, la mostra alla Tate Modern che cerca di raccontare non solo l’artista, ma tutto quello che è successo alla sua immagine dopo di lei.
Per la prima volta nel Regno Unito dopo più di vent’anni vengono esposte insieme oltre 30 opere di Kahlo, compresi alcuni autoritratti raramente visibili, insieme a fotografie, vestiti e oggetti personali.
Ma non è semplicemente una mostra su Frida Kahlo. La cosa interessante è capire come una donna che per molto tempo non è stata nemmeno così conosciuta fuori da determinati ambienti artistici sia diventata Frida Kahlo con le lettere maiuscole. E per capirlo bisogna partire da lei.
Frida ha usato se stessa nella sua arte in un modo che oggi ci sembra quasi normale, ma che normale non era affatto. Il corpo, la disabilità, la sua identità messicana, la politica, la sessualità, il modo di vestirsi. Tutto poteva diventare parte di un quadro.
Nei suoi autoritratti poteva avere i capelli corti, indossare abiti maschili, mostrare i baffetti invece di nasconderli. E mentre oggi siamo abituati a vedere artisti trasformare la propria immagine in parte del proprio lavoro, Frida lo faceva quasi un secolo fa.
Era “gender Fluid”, era femminista, era politica. Era soprattuto una grande Donna
Poi c’è il surrealismo. Frida non voleva essere definita surrealista. André Breton, uno dei nomi più importanti del movimento, la definì invece una “surrealista nata da sola”. Nel 1938, dopo la sua prima mostra personale a New York, arrivò l’invito a esporre a Parigi e la Francia acquistò The Frame per la propria collezione nazionale.
Ma la cosa forse più affascinante della storia di Frida Kahlo è che una parte enorme della sua fama è arrivata dopo.
Negli anni Sessanta il movimento Chicano americano iniziò a considerarla un simbolo di orgoglio culturale e resistenza politica. Poi arrivarono i movimenti femministi degli anni Settanta e Ottanta, che riscoprirono una donna che decenni prima aveva già dipinto il corpo femminile, il parto, la sessualità e la propria identità senza cercare di renderli più facili o più belli per chi guardava.
Ed è qui che secondo me la mostra diventa davvero interessante.
Perché ogni generazione sembra essersi presa un pezzo di Frida e averlo trasformato in qualcosa di proprio.
Fino ad arrivare alla Frida che conosciamo oggi. Quella sulle magliette.
L’ultima parte della mostra è dedicata proprio alla “Fridamania” e raccoglie più di 200 oggetti nati dalla commercializzazione della sua immagine. Ci sono vestiti, profumi, tequila, Barbie e praticamente qualsiasi cosa sulla quale sia stato possibile stampare il suo volto. Ed è una contraddizione bellissima da osservare.
Una donna diventata simbolo di identità, politica, femminismo e resistenza è anche diventata un prodotto da comprare nel gift shop. Forse è proprio questa la domanda più interessante che lascia Frida: The Making of an Icon.
Quando una persona diventa un’icona così grande, quanto rimane della persona originale? E soprattutto, dietro tutti quei fiori, quelle magliette e quelle tazze, conosciamo ancora Frida Kahlo?
Frida: The Making of an Icon è alla Tate Modern di Londra fino al 3 gennaio 2027.







