“Maschi, Si salvi chi può!” La presentazione del libro di Marco Bonini a Liberi sulla Carta

La seconda giornata di Liberi sulla Carta ha offerto un programma ricco di incontri capaci di interrogare la società contemporanea. Tra questi la presentazione di Maschi, Si salvi chi può! di Marco Bonini, un’analisi delle forme di narrazione patriarcale: dove nasce, come si è evoluta e in che modo può essere decostruita. A dialogare con l’autore Margherita Schirmacher, autrice e conduttrice del podcast “Il camper del libro” su RaiPlay Sound. 

Bonini ha spiegato che questo libro non nasce da una rivoluzione ideologica, ma da ragioni intime, legate al rapporto con il proprio padre. Un uomo, ha raccontato Bonini, patriarcale in senso tradizionale: poche dimostrazioni di affetto, rigidità emotiva, ruoli familiari codificati. A seguito di un infarto e di un coma di tre mesi si risveglia un uomo cambiato, dimenticando tutte le abitudini patriarcali e diventando un “maschio emotivo”. Questo evento scioccante spinge Bonini a compiere un profondo lavoro su sé stesso, che costituisce il fulcro di un altro suo romanzo intitolato Se ami qualcuno, dillo, che uscirà a ottobre come film al cinema. 

Da questa stessa cornice ha origine una riflessione sul genere maschile: “La storia di mio padre mi ha dimostrato che il patriarcato non è un fatto biologico, ma ha un’origine culturale. Il libro nasce da uno step successivo: una volta capito che il patriarcato altro non è che un racconto, mi sono chiesto chi per primo lo ha narrato e tramandato”. Da questa domanda prende vita un romanzo ironico ma filologicamente rigoroso che prende in esame cinque momenti, cinque personaggi e le loro storie: il racconto di Adamo ed Eva nella Genesi e le figure di Zeus, Ulisse, Geppetto e il Cavaliere inesistente. Cinque rappresentazioni di un modello patriarcale o, come le ha definite Bonini, “Cinque risposte sbagliate a un problema vero”.

In questo percorso la genesi rappresenta il primo archetipo patriarcale, un racconto fondativo alla base di tutte e tre le religioni monoteiste e pertanto componente fondamentale di gran parte dell’immaginario umano. Eva, “madre dell’umanità”, è fin dall’inizio collocata in un ruolo di aiuto e di cura, quasi costruita per sostenere l’uomo. È la prima storia di sottomissione, ma anche la prima rinuncia maschile all’emozione: se l’obiettivo è la prevaricazione, la cura e il discorso emotivo vengono eliminati, delegati alla donna. 

Tra le cinque figure analizzate, Ulisse è il più affascinante poiché è l’unico che si interroga sulla propria condizione. Nell’Odissea la casa, simbolo di cura e stabilità, è opposta all’ignoto e Ulisse avverte il paradosso: da maschio è costretto a partire eppure sente il richiamo della casa. Questa tensione interna riflette le debolezze del modello patriarcale. 

Il personaggio di Geppetto permette invece di esplorare il tema della paternità. Definito da Bonini “il primo hand-made father” Geppetto costruisce un burattino per colmare un desiderio di cura che non può realizzare. Ma il burattino è per definizione un oggetto da governare: Geppetto vuole essere padre ma anche mantenere il controllo sul figlio. Quando Pinocchio diventa bambino crolla l’archetipo della sottomissione. Di fronte a un essere umano con volontà e desideri propri l’unica strada è il dialogo, il riconoscimento della dignità altrui.

Per Bonini il patriarcato è prima di tutto un principio relazionale che propone la sottomissione come risoluzione dei conflitti, perché riconoscere l’altro è più faticoso, significa restituire dignità e pari valore all’altro. È un meccanismo che si intreccia con il capitalismo dove la logica della prevaricazione si estende alle relazioni umane e all’ambiente. È un vero e proprio copione antropologico, ma uomini e donne possono disimpararlo. Dagli anni Sessanta le donne hanno recuperato competenze negate loro per secoli, e oggi, sostiene Bonini, è compito degli uomini riscoprire la propria competenza ricettiva, percepire gli altri come individui paritari, prendersene cura: “È come se ci avessero legato il braccio delle emozioni dietro la schiena. Ora abbiamo la libertà di rieducarlo” afferma l’autore. Si tratta di una competenza esistenziale, tutt’altro che marginale. Da qui l’idea di una terza via: abbandonare la rigida divisione maschile/femminile. Liberarsi del patriarcato non vuol dire impedire agli uomini di lavorare o alle donne di occuparsi della famiglia, ma avere libertà di scelta. Non è un ribaltamento dei ruoli, ma un ampliamento delle possibilità, costruendo un sistema di relazioni sostenibili, l’unico, che è in grado di garantire la prosecuzione della vita.

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