Nicola Bombacci: il fascista rosso

“Meglio la solitudine ideale che fortifica piuttosto che i connubi degenerati che sfibrano”.

La solitudine, Nicola Bombacci, deve averla conosciuta molto bene. Giovane socialista nei primi del ‘900 e tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) nel 1921, si avvicina al fascismo negli anni ’30, diventando uno dei più stretti collaboratori di Mussolini durante la Repubblica Sociale Italiana (RSI).

Osteggiato dall’ala intransigente del Partito Nazionale Fascista (PNF) ed etichettato come “super traditore” dai suoi ex compagni comunisti, incarna come pochi le contraddizioni e la confusione ideologica di un periodo cruciale della storia politica italiana. Una storia scomoda, la sua, che per molto tempo è rimasta nell’ombra.

Tutto incomincia a cavallo tra ‘800 e ‘900 in Emilia-Romagna, una terra infestata dalle passioni politiche: socialisti, repubblicani, anarchici e sindacalisti infiammano le speranze delle masse operaie e contadine. Bombacci nasce il 24 ottobre del 1879, a Civitella di Romagna (Forlì), e crescendo non rimane sordo al richiamo politico della sua terra: all’età di 24 anni si iscrive al Partito Socialista Italiano (PSI) e nel giro di un decennio ne diventa una delle figure chiave a livello locale. A guidarlo c’è un’incrollabile fede nel socialismo e una furiosa arte oratoria, capace di trascinare con sé gli entusiasmi dei lavoratori delle fabbriche e delle campagne.

Bombacci e Mussolini, compagni nel PSI

Il socialismo di Bombacci è un socialismoevangelico”, romantico, che non lascia spazio al compromesso e al calcolo. Negli anni che precedono la Prima guerra mondiale il giovane socialista è protagonista di aspre battaglie contro il clero e la destra liberale, ma è anche acerrimo nemico del Partito Repubblicano Italiano e avverso ai riformisti presenti all’interno del PSI. Le sue posizioni massimaliste lo rendono ideologicamente vicino ad un altro socialista romagnolo: Benito Mussolini. Come il futuro dittatore, Bombacci concilia un’intensa attività giornalistica con la professione di maestro, che abbandona però nel 1909 per dedicarsi interamente alla carriera politica.

Bombacci e Mussolini si incontrano con molta probabilità tra il 1904 e il 1906, durante delle manifestazioni in Emilia-Romagna. Stringono in questi anni un solido rapporto di stima, oltre che di convinta convergenza politica. Tuttavia, questa comunione ideologica si sgretola con l’arrivo del Primo conflitto mondiale. Mussolini, inizialmente contrario all’entrata in guerra, si sposta su posizioni interventiste: è solo l’inizio del suo cammino verso il concepimento del movimento fascista. Bombacci, contrariamente a quanto sostenuto da Mussolini, considera la guerra un fattore di esclusivo guadagno per gli industriali e nega ogni funzione rivoluzionaria del conflitto. Nasce quindi la prima storica frattura fra i due. Una frattura che nel 1921, anno in cui Bombacci fonda insieme ad altri socialisti massimalisti il PCd’I, assume le forme di una spaccatura irrecuperabile.

L’eresia di Bombacci

La militanza comunista del giornalista romagnolo si rivela però di breve durata. A compromettere l’esperienza di Bombacci nel PCd’I sarà un suo discorso, tenuto alla Camera nell’ottobre del 1923, riguardante la conversione in legge dell’accordo preliminare tra Italia e Russia. Bombacci, che durante il governo Nitti (1919 – 1920) ha svolto diverse missioni diplomatiche in Russia, apprezza il realismo della politica estera fascista, intenzionata a riallacciare una volta per tutte i rapporti con lo stato dei soviet.  Nel suo intervento alla Camera sottolinea l’efficacia, rispetto ai governi precedenti, dell’azione fascista nel recuperare le relazioni diplomatiche e commerciali con la Russia. Un fatto, questo, incontestabile. E aggiunge:

La Russia è su un piano rivoluzionario: se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi devono essere […] difficoltà per una definitiva alleanza fra i due paesi

Facendo leva sul concetto di rivoluzione, scatena una reazione di sdegno tra i socialisti e i comunisti. Molti di loro interpretano l’intervento come un invito ad una “convergenzatra la rivoluzione fascista e quella bolscevica. Una vera e propria “eresia” per la maggioranza dei quadri dirigenti del PCd’I, che chiedono, tramite un comunicato dai toni severi, le dimissioni di Bombacci da deputato. Rifiutando di dimettersi, il “Lenin romagnolo” viene espulso dal PCd’I. Riammesso solo grazie alle pressioni del Comintern, è progressivamente estromesso dalla vita del partito tra il 1924 e il 1927, quando la scomunica ai suoi danni si consuma in modo definitivo.

L’adesione al fascismo

Gli anni che seguono l’espulsione dal PCd’I sono estremamente difficili per Bombacci, tormentato da una pessima situazione economica e da un precario stato di salute del figlio Wladimiro. È in questo periodo che si riavvicina al vecchio compagno di lotte Mussolini, il quale lo aiuta a risanare la complicata situazione economica e si prende carico delle cure del figlio. Anno dopo anno, e certamente influenzato da un senso di riconoscenza personale nei confronti del Duce, Bombacci fraternizza sempre di più con la dittatura fascista, pur mantenendo delle riserve su una sua eventuale partecipazione attiva al regime.

Solamente il 17 novembre del ’33, con una lettera indirizzata a Mussolini, Bombacci dichiara apertamente la sua volontà di “servire la causa, spinto anche da una convinta adesione al modello economico corporativista e dalla speranza che con il fascismo si potesse migliorare la qualità della vita del proletariato italiano. Bombacci disconosce così il ruolo e la portata della rivoluzione internazionale comunista, rinnegandola.  Le richieste di iscrizione al PNF che Bombacci accumulerà negli anni verranno però tutte rispedite al mittente: un chiaro segnale del rifiuto di una parte consistente del fascismo nell’accettare un ex comunista tra le fila del partito.

La direzione di “La Verità”

In un clima di rinnovata stima e fiducia, Mussolini autorizza nel 1936 la pubblicazione di “La Verità”, una rivista mensile con un taglio internazionale diretta da Bombacci. Per via del linguaggio poco “ortodosso” rispetto alla dottrina fascista, “La Verità” diventa l’oggetto di feroci critiche da parte dell’ala più intransigente del PNF. Oltre a produrre analisi ed approfondimenti di politica estera, la rivista rievoca alcuni elementi del primo fascismo e auspica una virata “a sinistra” del movimento. Non a caso, pur criticando aspramente la deriva statalista e la collettivizzazione forzata nell’URSS di Stalin, Bombacci non rinnega il suo odio contro la borghesia e conferma l’importanza di socializzare le imprese per conferire più potere gestionale agli operai. Proprio la socializzazione diventerà, tra la fine degli anni ’30 e gli inizi degli anni ’40, il cuore dell’appoggio politico di Bombacci al fascismo. Un appoggio che però non troverà nessun riscontro sul piano legislativo fino al giugno del ’44, quando nella Repubblica Sociale Italiana (RSI) viene varato il decreto per la socializzazione.  

La socializzazione nella RSI

Con la caduta del 25 luglio ’43 e la costituzione, due mesi dopo, della RSI, si apre l’ultima stagione politica per il Bombacci fascista. Un capitolo finale che lo vede attivo in una disperata campagna per la socializzazione e protagonista di diversi appelli al proletariato italiano, esortato a supportare la nuova Repubblica fondata da Mussolini. Nello storico discorso di Radio Monaco, proprio il Duce afferma di voler “fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato”. Agli occhi del dittatore, è la borghesia uno dei colpevoli principali dello sgretolamento del regime. È quest’ultima che ha “tradito”, non la classe lavoratrice.

Tutto ciò rappresenta per Bombacci la conferma (o forse, la speranza) che Mussolini stia tornando a piccoli passi verso le sue origini socialiste. In realtà è solo un miraggio: pur essendo parte integrante dei 18 punti del Manifesto di Verona, la socializzazione delle imprese è osteggiata con decisione da industriali e nazisti. Non diventerà mai effettiva, anche in ragione di un’ostilità di fondo della classe operaia italiana verso il regime. Un’ostilità che si manifesterà, nei mesi successivi all’uscita del decreto, con il boicottaggio delle elezioni per la nomina dei rappresentanti operai nei consigli di gestione.

La propaganda per Salò

Con la socializzazione Mussolini sperava di riavvicinare un popolo, quello dei lavoratori, messo ai margini durante il ventennio in ragione di un più vantaggioso sodalizio con borghesia, industriali e clero. L’idea era che, se fosse andata in porto, il proletariato avrebbe difeso la socializzazione con le armi contro gli eserciti occupanti degli Alleati. Nicola Bombacci si trovò più di altri al centro di questo disegno politico, e il suo ruolo fu quello di principale artefice della propaganda repubblichina in materia di lavoro. Pur non ricoprendo mai incarichi ufficiali nella RSI, tra la fine del ’44 e gli inizi del ’45 Bombacci organizzerà comizi in diverse località del Nord Italia tra cui Como, Pavia, Venezia, Brescia e Genova.

Proprio in quest’ultima città, l’ex comunista terrà, nel Marzo del ’45, coinvolgenti comizi diretti agli operai della Ansaldo accorsi in massa per ascoltarlo. A chi si domandava se fosse ancora “l’agitatore socialista, il fondatore del partito comunista [e] l’amico di Lenin” di venti anni prima, risponderà:

Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho mai rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali […] lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file […] della Repubblica sociale italiana, è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai…”

La fine

Certamente influenzato da un legame di amicizia e da un sentimento di riconoscenza personale per averlo aiutato in momenti difficili, Bombacci seguirà Mussolini fino alla fine.  Lo farà pur essendo circondato da personalità a lui profondamente ostili come Alessandro Pavolini e Achille Starace, e malgrado avesse avuto più volte l’opportunità di tornare sui suoi passi.

Il 25 aprile del 1945 si trova insieme a Mussolini nella prefettura di Milano e quando il capo del fascismo decide di partire in direzione di Como, il vecchio compagno romagnolo non lo abbandona. Si separeranno il giorno successivo a Menaggio (Como) e la ricostruzione storica di quanto accaduto dopo è ancora oggi poco chiara. Al contrario, molte fonti convergono su quelle che furono le ultime parole che Bombacci pronunciò di fronte al plotone di esecuzione, mentre moriva a fianco dei fascisti più intransigenti e reazionari: “Viva il socialismo”. Fu questa l’ultima provocazione, l’ultimo schiaffo ideologico che chiuse la vicenda umana e politica di Nicola Bombacci.


Tutte le citazioni presenti nell’articolo si trovano nel libro di Guglielmo Salotti, “Nicola Bombacci: un comunista a Salò”, Ugo Mursia Editore, 2008

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