One Night Only: apre tutte le porte, ma non ne attraversa nessuna

Sono andata a vedere One Night Only con molti pregiudizi. Il plot della legge che vieta i rapporti sessuali mi aveva suscitato molti dubbi, soprattutto dato il momento storico.

A chi verrebbe in mente di produrre un film in cui fare l’amore è consentito solo se sposati e, per una sola notte all’anno, la regola viene cancellata per concedere una libertà momentanea?

La storia parte quindi con un forte lato politico, con sarcasmo e con idee che sarebbero potute diventare davvero forti e importanti. Ma si perde esattamente nel momento in cui entrano in scena i due protagonisti: Owen e Allie, interpretati da Callum Turner e Monica Barbaro.

Il modo migliore per descriverlo è con due parole inglesi che adoro: build-up e payoff. One Night Only è quasi tutto build-up. Introduce un mondo distopico, suggerisce proteste, mostra il Mandate come una legge controversa, mette in scena una poliziotta che difende apertamente il decreto perché rappresenta l’autorità, lascia intravedere cittadini che non sono completamente d’accordo con il sistema.

Ci sono battute sarcastiche, viene citato Obama, si parla di relazioni e coppie omosessuali, ma niente arriva davvero a una conclusione. Il film continua ad aprire porte che poi non attraversa, come se volesse che prendessimo sul serio quel mondo solo fino al punto necessario per far funzionare la storia d’amore.

Per tutto il film vediamo i due protagonisti continuare a incontrarsi mentre, allo stesso tempo, incappano in una serie di casi umani. Ed è proprio grazie a questa corsa contro il tempo che emerge uno dei pochi concetti davvero riusciti: il commento sul dating contemporaneo. Quella lettura esiste davvero. Il film parla della pressione di trovare qualcuno, della sensazione che il tempo stia scadendo, dell’intimità trasformata quasi in una performance.

A salvare il film dalle zero stelle sono soprattutto la fotografia e la regia. Callum Turner ha un accento americano che personalmente ho trovato molto costruito, quasi caricaturale in alcuni momenti, ma dopo due ore mi è sembrato evidente che il problema principale fosse il materiale che aveva in mano. Ci sono dialoghi che sembrano usciti da una bozza mai riscritta.

La famigerata scena della bubble wrap è uno di quei momenti in cui ti chiedi sinceramente: qualcuno ha letto questa pagina, qualcuno l’ha approvata, qualcuno l’ha girata… e nessuno ha pensato di tagliarla?

Il vero esperimento, però, è stato parlarne dopo. La parte più interessante è arrivata fuori dal cinema: la mia coinquilina, donna single a Londra, mi ha detto «Mi sono sentita vista». E credo abbia ragione. I momenti del film che mostrano le feste e come gli uomini cercano di approcciare sono infatti realisti, solo mostrati male.

Io invece, che vivo il cinema anche come qualcosa da analizzare oltre che da guardare, continuavo a chiedermi cosa sarebbe successo dopo ogni scelta narrativa. Ed è qui che il film divide: puoi uscirne pensando di aver visto una rom-com divertente e sentirti rappresentato, oppure puoi uscirne chiedendo indietro quel tempo della tua vita.

Il mio voto finale è quindi 2,5/5. Non è il film terribile che immaginavo: è un film con una regia molto migliore della sua sceneggiatura, alcune idee interessanti, parecchie scene cringe e un mondo che meritava molta più fiducia da parte degli stessi autori.

L’unico payoff davvero perfetto? La pizza. Ho ancora voglia di pizza.

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