Il femminicidio di Federica Torzullo è un delitto efferato, ma anche la radiografia brutale di un Paese che continua a inseguire l’emergenza invece di prevenire la tragedia. Abbiamo assistito al male contestualizzato: l’episodio, la morte, i suicidi. Non vorremmo raccontare bruttezze, in un mondo che già pende verso crisi e disumanità. La coscienza, e l’etica, però, ci impongono di riflettere.
Abbiamo visto ventitré coltellate, tentativi di distruzione del corpo, occultamento del cadavere. Una violenza che non si limita a uccidere, non frutto di un “raptus”, ma il prodotto di una cultura che normalizza il controllo, il possesso e la sopraffazione.
Pochi giorni dopo la morte di Federica, i genitori dell’uomo accusato e reo confesso si tolgono la vita. Un doppio suicidio che chiude il cerchio della devastazione. Sta a noi comprendere la portata sociale del disastro, perché quando la violenza esplode non colpisce solo una donna: travolge famiglie e territori. Genera vergogna e silenzio, che è sempre complice.
Saremo schietti: il femminicidio non è un fatto privato, bensì un fallimento pubblico. Le istituzioni arrivano tardi, l’educazione affettiva non arriva mai, il dibattito politico si accende solo sull’onda dell’orrore e si spegne subito dopo.
Parliamo di pene più severe, di nuove fattispecie di reato, di misure emergenziali; tutto necessario. Ma il problema è culturale. Riempiamo rotocalchi di editoriali e minuti nei talk show, a duellare tra destra e sinistra su quali pene più severe debbano essere introdotte. “Ergastolo!”, “Servirebbe la pena capitale!”.
Bazzecole. Federica Torzullo non è morta per caso. È morta in un contesto che continua a produrre uomini incapaci di accettare il rifiuto, la libertà e l’autonomia femminile. E finché non affronteremo questa radice, continueremo a contare vittime per desinenza.





