Verba manent: un cuore sospeso

C’è una fragilità che tutti riconosciamo, quella dei bambini. Quando il sistema sanitario sbaglia in un caso così, non è una tragedia individuale: è l’illustrazione plastica di un male quotidiano che spesso resta nell’ombra. È il 23 dicembre scorso quando, all’ospedale Monaldi di Napoli, un bambino di poco più di due anni, affetto da una grave forma di cardiopatia, riceve un cuore che arriva da un’altra parte d’Italia. Quel cuore però è stato conservato in modo errato durante il trasporto e rimane danneggiato. L’organo viene trapiantato lo stesso e da allora il piccolo è in terapia intensiva, aggrappato a un macchinario per restare in vita, in attesa di un altro cuore compatibile.

La vicenda ha scosso il Paese perché al centro c’è un bambino, la forma più evidente della fragilità umana. Quando accade qualcosa di simile, la mala sanità diventa improvvisamente argomento nazionale. Si cercano responsabilità, si invocano controlli; si promettono verifiche. Ricordiamoci che la la mala sanità non esplode dal nulla. È una presenza latente, che vive nei reparti sotto pressione, nei protocolli che si danno per scontati, nella catena di passaggi dove basta un solo errore per compromettere tutto. E il problema è che non sempre finisce sotto i riflettori. Questo è il motivo per cui il sistema mediatico se ne disinteressa.

Durante il Covid abbiamo assistito a una mobilitazione straordinaria: il sistema sanitario, messo alle corde, ha mostrato capacità di reazione, coordinamento e sacrificio. È stata una prova collettiva. Oggi, lontano dall’emergenza globale, resta un sistema stanco, sovraccarico, pieno di problemi; al governo pensano che togliere il test di ingresso a medicina servirà ad avere più medici nei reparti e, tra almeno 10 anni, tutto sarà in ordine. Che bella cosa, penserete, una maggioranza di governo che guarda addirittura oltre l’arco temporale del proprio mandato! La verità è che quello sanitario è un sistema in implosione, a tratti già imploso, dove sta accadendo una privatizzazione di fatto e silenziosa, aperta a pochi che possono permetterselo. Tutti gli altri, che sperino di non incappare in casi drammatici.

Quando la vittima è un bambino, la coscienza si accende. Quando è un anziano o un malato cronico, il radar si spegne. Eppure la vulnerabilità non cambia con l’età. Lungi da noi fare pari e dispari in questi casi; ma è nostro onere battere tasti su tasti per ricordare che tutti dovrebbero essere uguali davanti alla legge – e alla malattia.

È per questo che la sanità non può funzionare a ondate emotive. Non può diventare priorità soltanto quando la tragedia è così potente da imporsi. Dovrebbe essere vigilata ogni giorno, rafforzata ogni giorno, corretta ogni giorno. Perché non dovrebbe servire il volto di un bambino in terapia intensiva per ricordarci che un errore non è mai solo un errore. È una vita sospesa. E questo dovrebbe bastare sempre.

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