Sabato a Colleferro ci sarà una manifestazione contro la produzione di materiale bellico e contro i rischi legati al suo stoccaggio e allo smaltimento dei residui (N.d.R. la manifestazione è stata rinviata). Capisco perfettamente chi non vorrebbe vedere armi prodotte nella propria città. Anch’io avrei preferito che Colleferro fosse conosciuta nel mondo per produrre giocattoli per bambini, tecnologia, ricerca e innovazione.
Ma faccio fatica a capire il senso di una protesta che rischia di ridursi al semplice “chiudiamo tutto”, soprattutto dopo un incidente grave come quello alla KNDS. Essere contrari alla guerra non significa automaticamente avere ragione su tutto. Nel mondo esistono guerre, esistono politiche di difesa, esiste il riarmo e, piaccia o no, esiste una domanda industriale legata alla sicurezza degli Stati. E Colleferro non scopre oggi di vivere dentro questa realtà.
Siamo figli di quasi novant’anni di storia industriale legata alla chimica, agli esplosivi, alla difesa e allo spazio. Siamo una città nella quale la presenza di industrie strategiche ha contribuito per decenni a creare lavoro, competenze e ricchezza. Siamo anche una città che conosce molto bene il prezzo che questa storia ha comportato.
Allora la domanda vera non dovrebbe essere soltanto: “Vogliamo le armi a Colleferro?” La domanda dovrebbe essere: “Se non le vogliamo più, cosa vogliamo produrre al loro posto?”
Perché spostare una produzione non significa necessariamente eliminarla. Significa spesso semplicemente portarla altrove. E se domani quella produzione venisse trasferita in un’altra città o in un altro Paese, avremmo ottenuto la pace oppure avremmo soltanto spostato la polvere sotto un altro tappeto? Nel frattempo, però, potremmo aver perso posti di lavoro, competenze, investimenti e futuro industriale.
Io vorrei vedere una Colleferro capace di riconvertire progressivamente il proprio patrimonio industriale verso produzioni più sicure e possibilmente non belliche. Ma una riconversione vera non si fa con uno striscione. Servono investimenti, aziende, ricerca, formazione, tempi e soprattutto un progetto.
E c’è una questione politica che credo sia doveroso porre. Tra i promotori della manifestazione c’è anche Simone Compalati, delegato del Sindaco alle Politiche della Pace.
Quindi vorrei capire: questa posizione così netta contro la produzione di materiale bellico a Colleferro è una posizione concordata e condivisa dall’intera maggioranza che governa la città, oppure rappresenta la posizione politica della lista che ha espresso il delegato? Perché sono due cose molto diverse.
Nel primo caso, credo che i cittadini abbiano il diritto di sapere quale sia il progetto dell’Amministrazione per il futuro industriale e occupazionale di Colleferro. Nel secondo, sarebbe altrettanto interessante capire quale sia il confine tra l’attività politica della lista e il ruolo istituzionale di un delegato del Sindaco. E soprattutto una domanda: dopo la manifestazione, cosa cambierà concretamente?
Quali saranno le iniziative dell’Amministrazione? Quale sarà il percorso per la sicurezza degli impianti? Quale sarà il progetto per l’eventuale riconversione? E, soprattutto, come si pensa di tutelare il lavoro e il futuro di chi oggi vive di questa industria?
Perché dopo uno striscione, un corteo e una presa di posizione politica, prima o poi arriva sempre il giorno dopo. E il giorno dopo bisogna governare. Dopo l’incidente alla KNDS una cosa deve essere assolutamente fuori discussione: sicurezza massima, controlli rigorosi, trasparenza e garanzie per i cittadini.
La magistratura stabilirà cosa sia realmente accaduto. Prima di allora sarebbe irresponsabile inventarsi spiegazioni. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile utilizzare un incidente per evitare la domanda più difficile: che futuro vogliamo per Colleferro?
Perché dire “no alle armi” è facile. Spiegare ai lavoratori cosa produrranno domani, quanti posti di lavoro ci saranno e chi pagherà la riconversione è molto più difficile. E forse è proprio da lì che dovremmo cominciare a discutere.







