Comunali Milano, il caso Calabresi scuote il centrosinistra: il nodo non è il candidato, ma chi decide

Calenda e Picierno spingono per l’ex direttore di Repubblica e chiedono di evitare le primarie, mentre nel Pd cresce la resistenza. Sullo sfondo, la partita per definire il perimetro della coalizione che sfiderà il centrodestra nel 2027.

Dunque la corsa per Palazzo Marino entra nel vivo e, ancora prima di avere un candidato ufficiale, il centrosinistra milanese si trova già alle prese con una questione di metodo destinata a diventare politica: chi sceglie il candidato sindaco? La candidatura di Mario Calabresi ha infatti cambiato gli equilibri. L’ex direttore di Repubblica ha annunciato la propria disponibilità a correre per il Comune e il suo nome ha raccolto rapidamente consensi trasversali. Tra i sostenitori più convinti ci sono Carlo Calenda e Pina Picierno, che vorrebbero costruire attorno a Calabresi una candidatura unitaria, senza passare dalle primarie.  

Per Calenda le primarie sarebbero uno strumento controproducente: se esiste un profilo considerato competitivo e in grado di parlare anche a un elettorato moderato, sostenerlo subito consentirebbe alla coalizione di iniziare la campagna elettorale con largo anticipo. Il leader di Azione ha inoltre chiarito di non essere disposto a sostenere un candidato troppo spostato a sinistra e ha indicato la sicurezza come una delle questioni decisive per la città.  

Dall’altra parte della barricata, una fetta consistente del Pd, che non sembra intenzionata a consegnare la scelta del candidato a un accordo tra dirigenti e forze centriste. Il consigliere regionale dem Paolo Romano è stato particolarmente netto. Il problema, nella sua lettura, non sarebbe Calabresi in sé, ma il tentativo di stabilire dall’esterno sia il nome sia le modalità con cui il centrosinistra dovrebbe scegliere il proprio candidato. Romano rivendica invece il confronto attraverso le primarie e considera poco coerente la posizione di chi, dopo aver preso le distanze dal centrosinistra, torna ora a chiedere di dettarne la linea.  

Milano rischia infatti di diventare il primo vero banco di prova della nuova geografia del centrosinistra. Da una parte c’è il Pd, che deve tenere insieme la propria componente più progressista e la necessità di conquistare anche l’elettorato moderato. Dall’altra ci sono Azione e le forze centriste, che puntano a costruire un’area autonoma ma che, nella partita milanese, potrebbero avere interesse a rientrare nella coalizione. Calabresi può rappresentare il punto di contatto tra questi mondi. È proprio questa la sua forza, ma anche la ragione per cui la sua candidatura genera diffidenza.

Il suo profilo non coincide infatti con quello del candidato tradizionale di partito. Giornalista, scrittore ed ex direttore di Repubblica, Calabresi può parlare a un elettorato più ampio della base classica del Pd. La sua candidatura potrebbe quindi consentire al centrosinistra di allargare il proprio perimetro verso il centro senza rinunciare necessariamente alle forze progressiste. Ma proprio per questo il rischio è che una parte del Pd percepisca l’operazione come un modo per aggirare il confronto interno.

Anche Giuseppe Sala, pur senza entrare direttamente nella contesa, ha lasciato intendere che un eventuale ricorso alle primarie non dovrebbe essere considerato un problema. Se si faranno, ha osservato il sindaco, saranno i milanesi a scegliere.  

Calenda ha scelto: individuare subito Calabresi e costruire intorno a lui una coalizione. Nel Pd, invece, la linea prevalente sembra orientata a definire prima il perimetro politico e il programma, lasciando aperta la questione della leadership. Non è una differenza secondaria. Significa decidere se le prossime elezioni comunali debbano essere affrontate come una competizione nella quale il profilo personale del candidato viene prima dell’identità della coalizione oppure come un confronto nel quale il candidato deve essere il risultato di un percorso politico condiviso. E in questo quadro Pierfrancesco Majorino rimane un elemento tutt’altro che marginale. Il suo nome è tra quelli che potrebbero contendersi la candidatura attraverso le primarie e rappresenta un’impostazione più direttamente riconducibile al Pd e alla sua area progressista. Majorino ha già contestato l’idea di imporre un candidato dall’esterno del meccanismo delle primarie.  

Calabresi, intanto, dovrà affrontare un’altra partita: dimostrare di non essere semplicemente il candidato di Calenda.

È un passaggio decisivo. Se la sua candidatura venisse percepita come l’operazione con cui il centro moderato cerca di condizionare il centrosinistra, rischierebbe di irrigidire proprio quell’area che dovrebbe invece convincere. Se riuscisse invece a costruire una proposta autonoma, potrebbe diventare il punto di equilibrio tra componenti oggi difficili da far convivere.

La sfida di Milano, quindi, è già cominciata. Ma prima ancora dello scontro con il centrodestra, il centrosinistra deve risolvere il proprio.

Calabresi può essere il candidato capace di allargare la coalizione. Ma prima bisognerà capire se la coalizione è disposta a farsi allargare da lui, oppure se vorrà scegliere autonomamente chi dovrà guidarla. 

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