La legge approvata dalla Regione guidata dal centrodestra riporta il tema al centro del confronto nazionale. La Chiesa chiede di rafforzare l’assistenza ai malati, mentre il governo invita il Parlamento a intervenire per evitare un mosaico di norme regionali.
La legge sul fine vita approvata in Veneto non è soltanto una vicenda regionale. Il provvedimento, diventato legge regionale l’8 settembre, ha riaperto una discussione che da anni il Parlamento italiano fatica ad affrontare e ha contemporaneamente messo in evidenza una divisione che attraversa lo stesso centrodestra.
Il Veneto è infatti la prima Regione amministrata dal centrodestra a dotarsi di una disciplina sulle procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Prima erano intervenute Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il testo veneto è stato approvato dal Consiglio regionale con 32 voti favorevoli, 5 astensioni e 14 contrari.
La reazione più significativa arrivata in queste ore è quella della Chiesa. Monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha spostato il fuoco della discussione su un altro terreno: quello delle cure palliative.
La posizione espressa è netta. Secondo Pegoraro, lo Stato dovrebbe garantire a tutti la possibilità di accedere a percorsi di cure palliative, assicurandone anche le risorse economiche. La questione, nella prospettiva della Chiesa, non può quindi essere affrontata soltanto attraverso le procedure che regolano il suicidio medicalmente assistito, ma deve partire dalla possibilità concreta di accompagnare il malato e ridurre la sofferenza.
Il messaggio è anche politico: se la tutela della vita rappresenta una priorità, sostiene la Pontificia Accademia per la Vita, questa tutela deve tradursi in servizi e finanziamenti adeguati. Da qui l’appello a investire maggiormente nelle cure palliative. Pegoraro ribadisce inoltre che non esiste un diritto all’aiuto al suicidio, mentre esiste il dovere dello Stato di prendersi cura delle persone e di rispettarne la volontà quando decidono di non sottoporsi a determinati trattamenti.
È una posizione che si inserisce nella più ampia critica espressa dal patriarca di Venezia Francesco Moraglia dopo l’approvazione della legge veneta. Moraglia ha manifestato preoccupazione per un modello culturale e sanitario che, a suo giudizio, potrebbe produrre conseguenze difficili da controllare, soprattutto per le persone più fragili e sole. Ha inoltre insistito sulla necessità di garantire realmente le cure palliative e l’obiezione di coscienza.
Ma il vero problema, per la politica italiana, è che il Veneto ha trasformato una questione rimasta a lungo confinata al terreno etico in una questione istituzionale.
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo lo ha detto chiaramente a margine del Forum Ambrosetti: il Parlamento dovrebbe intervenire per evitare che le persone siano costrette a confrontare le legislazioni delle singole Regioni per capire dove e in quali condizioni sia possibile accedere alle procedure previste.
Il rischio indicato dal ministro è quello di un vero e proprio “turismo sanitario” legato al fine vita. Una situazione nella quale il luogo di residenza potrebbe finire per incidere sulle possibilità concrete di un cittadino di ottenere determinate prestazioni.
Non è un problema facilmente riconducibile alla tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra. Lo dimostra proprio la vicenda veneta. Il provvedimento è nato in una Regione storicamente identificata con il centrodestra e ha finito per mettere in discussione gli equilibri all’interno della coalizione.
Da una parte c’è chi considera la disciplina regionale un passo necessario per dare risposte a situazioni concrete e colmare, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla politica nazionale. Dall’altra c’è chi ritiene che su un tema che coinvolge questioni costituzionali, etiche e sanitarie così delicate sia indispensabile una legge nazionale.
Il risultato è una situazione paradossale: mentre il Parlamento continua a discutere senza arrivare a una soluzione definitiva, sono le Regioni a muoversi. E ogni nuovo intervento territoriale rende più evidente l’assenza di una cornice uniforme.
Il testo veneto, del resto, non si limita a stabilire una procedura astratta. Prevede che al paziente che richiede il suicidio medicalmente assistito e non abbia ricevuto cure palliative venga illustrata la possibilità di accedervi, garantendo tali cure con priorità qualora decida di intraprendere quel percorso. La legge introduce inoltre commissioni mediche multidisciplinari incaricate di verificare la presenza dei requisiti previsti.
È proprio su questo punto che la discussione potrebbe spostarsi nei prossimi mesi: non soltanto sul diritto o meno al suicidio medicalmente assistito, ma sull’effettiva capacità del sistema sanitario di offrire alternative assistenziali adeguate.
Il Vaticano prova dunque a riportare il dibattito su un terreno preciso: prima ancora di discutere come accompagnare una persona verso la fine della vita, occorre chiedersi quanto lo Stato sia in grado di accompagnarla mentre è ancora in vita.
La politica, invece, deve decidere se lasciare che siano le Regioni a procedere ciascuna secondo la propria sensibilità oppure se assumersi la responsabilità di una legge nazionale.
Ed è probabilmente questo il vero effetto della legge veneta. Al di là delle posizioni favorevoli o contrarie al suicidio medicalmente assistito, il provvedimento ha reso più difficile continuare a rinviare la questione.
Il fine vita è tornato al centro dell’agenda politica. E questa volta non soltanto come battaglia etica, ma come problema concreto di uniformità dei diritti, organizzazione sanitaria e responsabilità dello Stato.







