Ex Ilva, il governo cambia passo: l’ipotesi dello Stato e la partita decisiva di Taranto

La partita dell’ex Ilva entra in una fase nuova. Dopo anni di commissariamenti, trattative fallite e ipotesi di rilancio rimaste sulla carta, il governo mette sul tavolo anche la possibilità di una partecipazione pubblica nel futuro assetto dell’acciaieria di Taranto.

Non si tratta ancora di una decisione. È però un’apertura politicamente significativa, arrivata al termine della lunga giornata di incontri a Palazzo Chigi tra governo, enti locali, imprese e organizzazioni sindacali. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha chiarito che l’ipotesi di un intervento pubblico non è esclusa, a condizione che alla base ci sia un piano industriale “solido e credibile”. La prospettiva cambia così rispetto alla logica degli ultimi anni. Lo Stato non viene più considerato soltanto come il soggetto chiamato a gestire l’emergenza, sostenere l’occupazione o accompagnare una nuova privatizzazione. Potrebbe invece diventare parte dell’assetto proprietario, se le condizioni industriali lo rendessero sostenibile.

Il passaggio arriva mentre il futuro dello stabilimento rimane appeso a una decisione giudiziaria. L’altro ieri, 9 settembre, la Corte d’Appello di Milano è stata chiamata a pronunciarsi sull’istanza di sospensiva presentata dalle amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e Ilva contro il provvedimento che ha disposto lo stop dell’area a caldo.

Nel frattempo, Palazzo Chigi è riuscito almeno a ottenere una prima tregua sul fronte occupazionale. Le associazioni che rappresentano le imprese dell’indotto hanno accettato di sospendere le procedure di licenziamento collettivo avviate nei giorni scorsi. La misura riguarda circa 2.500 lavoratori e resterà legata all’evoluzione della vicenda giudiziaria e industriale. 

È un congelamento, non una soluzione. Ed è proprio questa distinzione a spiegare la tensione registrata durante il confronto tra governo e sindacati. Le organizzazioni dei lavoratori chiedono infatti garanzie più concrete: non soltanto la sospensione dei licenziamenti, ma un progetto capace di assicurare continuità produttiva e occupazione.

Il governo prova a rispondere cambiando prospettiva. L’obiettivo dichiarato non è mantenere in vita l’Ilva così com’è, ma trasformare il polo siderurgico di Taranto in uno stabilimento compatibile con la transizione energetica. Il futuro indicato da Mantovano passa dalla decarbonizzazione e dai forni elettrici alimentati con Dri, il preridotto di ferro. (ANSA.it)

È qui che la questione industriale si intreccia con quella politica. L’ex Ilva non rappresenta infatti soltanto una grande fabbrica: è uno dei nodi più delicati della politica industriale italiana. La sua eventuale chiusura o riduzione avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre i dipendenti diretti, coinvolgendo una filiera di imprese e lavoratori che ruota intorno al polo siderurgico.

Per questo l’esecutivo ha annunciato la costruzione di un tavolo permanente destinato a seguire l’evoluzione della vicenda e a coordinare le diverse iniziative. Il piano dovrebbe muoversi su tre direttrici: la procedura per individuare il nuovo acquirente, le misure sociali per affrontare eventuali ricadute occupazionali e i progetti di reindustrializzazione dell’area. (ANSA.it)

La vera incognita resta però la gara per il futuro proprietario. Secondo il governo serviranno ancora circa due mesi per arrivare alla scadenza della presentazione delle offerte e successivamente si aprirà la fase negoziale. Nel frattempo proseguirà l’amministrazione straordinaria. È sulla base del piano industriale del futuro acquirente che potrà essere valutata anche l’eventuale presenza dello Stato. (ANSA.it)

La Regione Puglia considera ancora insufficienti le risposte arrivate da Palazzo Chigi, pur apprezzando l’obiettivo di mantenere a Taranto un polo siderurgico decarbonizzato. Anche sul fronte sindacale la distanza resta significativa: durante l’incontro con le organizzazioni dei metalmeccanici il confronto è arrivato a un punto di forte tensione, fino alla sospensione temporanea del tavolo. (ANSA.it)

Il problema, quindi, non è soltanto decidere chi debba possedere l’ex Ilva. È capire che cosa debba diventare l’ex Ilva.

Se il modello del passato era fondato sulla produzione attraverso il ciclo integrale e sull’alimentazione degli altiforni, il progetto del governo punta a una siderurgia diversa, più orientata all’elettrificazione e alla riduzione delle emissioni. Una trasformazione che richiede investimenti ingenti e tempi lunghi e che non può essere risolta attraverso un semplice cambio di proprietà.

L’apertura alla partecipazione pubblica rappresenta quindi una svolta, ma non ancora una risposta. Lo Stato potrebbe tornare dentro la partita, ma non per finanziare indefinitamente un impianto senza prospettive. La condizione posta dal governo è precisamente questa: prima il progetto industriale, poi eventualmente l’intervento pubblico.

Per Taranto, intanto, le prossime ore saranno decisive. La decisione della Corte d’Appello sull’area a caldo può cambiare nuovamente lo scenario e rendere immediatamente operative le misure che Palazzo Chigi sta preparando.

Dopo quindici anni di emergenze, commissariamenti e tentativi di privatizzazione, l’ex Ilva arriva dunque davanti a un nuovo bivio. Da una parte la prospettiva di una trasformazione profonda del polo siderurgico, dall’altra il rischio che lo stop produttivo renda ancora più difficile trovare un investitore disposto a scommettere sul futuro di Taranto.

Il governo sostiene di non essere rassegnato alla chiusura. Ora dovrà dimostrare che l’alternativa non è soltanto possibile, ma anche industrialmente sostenibile.

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