Dal like alla fiducia: Domenico Ercoli al 35° Economic Forum di Karpacz parla del futuro del giornalismo

Domenico Ercoli, giornalista di Lanterna, ha partecipato ieri al 35° Economic Forum di Karpacz, intervenendo al dibattito “Like e reach al posto della carta – Media e informazione nell’era digitale”, dedicato alle trasformazioni che stanno interessando il giornalismo e il modo in cui le persone producono, consumano e valutano le informazioni.

Nel corso del confronto, Ercoli ha posto al centro della discussione una questione che riguarda non soltanto il futuro dei media, ma il rapporto stesso tra visibilità e credibilità. L’avvento dei social network ha infatti introdotto un nuovo linguaggio del successo: visualizzazioni, follower, like ed engagement sono diventati parametri attraverso cui misurare la capacità di un contenuto di raggiungere il pubblico.

Ma vedere di più significa essere meglio informati?

Secondo Ercoli, è proprio questa la domanda da cui partire. “Visibility is not credibility”: la visibilità non coincide necessariamente con l’autorevolezza. Il problema, quindi, non è soltanto capire quante persone abbiano visto una notizia, ma quanto quella notizia sia stata realmente significativa e quanto abbia contribuito a comprendere un fenomeno.

Da qui anche un’altra trasformazione profonda: il giornalista sta diventando un creator?

Nell’ecosistema digitale, infatti, al giornalista non viene più richiesto soltanto di raccontare le notizie. Sempre più spesso deve costruire una propria identità pubblica, sviluppare un personal brand e mantenere un rapporto diretto con il pubblico. In alcuni casi, l’attenzione verso il giornalista arriva persino prima di quella verso la testata per cui lavora.

È un fenomeno particolarmente interessante nel contesto italiano, dove convivono due modelli. Da una parte rimane forte una tradizione giornalistica legata alla cultura, all’approfondimento e al ruolo storico delle testate. Dall’altra, il sistema dell’informazione è sottoposto alla crescente pressione delle piattaforme digitali e delle loro logiche.

Un esempio evidente è rappresentato proprio dai profili personali di molti giornalisti: alcuni possono contare su un seguito sui social superiore a quello della stessa testata per cui lavorano. Una dinamica che modifica inevitabilmente il rapporto tra giornalista, editore e pubblico.

Al centro di tutto, secondo Ercoli, c’è quindi l’attenzione delle persone. È diventata la risorsa più contesa del nuovo ecosistema mediatico. Il giornalismo digitale ha certamente introdotto una maggiore velocità nella produzione e nella diffusione delle notizie, ma proprio la velocità può entrare in conflitto con uno dei principi fondamentali della professione: la verifica.

Pubblicare prima degli altri può significare ottenere più visibilità, ma non necessariamente offrire un’informazione migliore.

Per questo Ercoli ha indicato una possibile direzione: rallentare per essere più accurati. In un ambiente dominato dalla rapidità, scegliere la verifica e l’approfondimento può sembrare una strategia controcorrente, ma nel medio e lungo periodo potrebbe diventare un elemento distintivo. Anche perché, ha osservato, una parte crescente del pubblico sembra avere bisogno di uscire dal sovraccarico informativo e di trovare un modo per orientarsi in un mare sempre più grande di notizie.

Il problema contemporaneo, infatti, non è più quello dell’accesso alle informazioni. Al contrario, abbiamo oggi accesso a una quantità di informazioni superiore a quella di qualsiasi generazione precedente. Più informazione, però, non significa automaticamente una società meglio informata.

La sfida è cambiata: se in passato il problema era riuscire ad accedere alle informazioni, oggi è soprattutto quello di dare loro un significato, distinguere ciò che conta da ciò che è superfluo e costruire una comprensione dei fenomeni che vada oltre la semplice successione delle notizie.

In questo scenario si inserisce anche la sfida dell’intelligenza artificiale. Per Ercoli, l’AI rappresenta uno strumento destinato a modificare profondamente il lavoro giornalistico, ma non dovrebbe tradursi nell’abbandono della componente umana della professione.

La tecnologia può aiutare a raccogliere, organizzare e analizzare una quantità enorme di dati e informazioni. Ma rimangono centrali la capacità di interpretare, verificare, scegliere le domande da porre e comprendere il contesto. È proprio questa componente a distinguere l’informazione dalla semplice produzione automatizzata di contenuti.

Il futuro del giornalismo, dunque, non sarà necessariamente una scelta tra carta e digitale. La vera alternativa, secondo la riflessione proposta da Ercoli al Forum di Karpacz, sarà sempre più quella tra attenzione e fiducia.

Perché conquistare l’attenzione di un pubblico può essere sufficiente per ottenere un clic. Costruire fiducia, invece, significa creare nel tempo un rapporto tra chi informa e chi legge. Ed è proprio su questo rapporto che potrebbe giocarsi una parte decisiva del futuro del giornalismo.

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