Vivere un film come La Bola Negra al BFI IMAX è un’esperienza cinematografica impressionante e viscerale. Basato su tre diverse linee temporali, il film è un omaggio alla comunità gay e alla vita.
Ogni fotogramma è precisamente asimmetrico ed è un emozionante omaggio a opere d’arte differenti. Dopotutto, il film in sé nasce per ricordare Federico García, poeta spagnolo che fu assassinato per via delle sue tendenze sessuali. Da questo si intrecciano le tre differenti generazioni e storie, con in comune la disperazione di non poter vivere liberamente e appieno la propria esistenza.
Altamente sopra le righe, quasi in modo pretenzioso, come se volesse dare libertà, almeno in modo artistico, ai personaggi.
L’eccesso visivo non è semplicemente una scelta estetica, ma sembra diventare una forma di ribellione. Dove la società impone silenzio e repressione, il cinema risponde con colori, corpi, immagini e una teatralità quasi esasperata. Come se ogni inquadratura volesse restituire ai protagonisti lo spazio che nella vita reale è stato loro negato.
Federico García, dopotutto, aveva iniziato a scrivere proprio per poter dare voce alla sua vita sentimentale, e non è un caso che le tre storie si ricolleghino tutte all’accettazione di sé e al vero amore. Carlos, Sebastián e Alberto fanno parte di epoche totalmente diverse, ma nessuno di loro è pienamente felice.
Neanche Alberto, che nel 2017 dovrebbe sentirsi pienamente libero. E invece non capisce quanto ha fino a quando il compagno di Sebastián, suo nonno, gay mai dichiarato, non gli dice: «Tuo nonno sarebbe così fiero di te e contento di quello che puoi essere».
Ed è proprio qui che il film diventa ancora più doloroso. Perché la libertà che Alberto considera quasi scontata è quella per cui altri hanno dovuto sacrificare la propria felicità, nascondersi e rinunciare a una parte di sé. Tre generazioni che sembrano lontanissime, ma che continuano a portare addosso le conseguenze dello stesso pregiudizio. Vorrei concludere dicendo che è davvero difficile mettere in parole questo film.
È un’opera d’arte che ti colpisce dritta allo stomaco. Il cameo di Penélope Cruz arriva nel momento in cui il tuo cuore e il tuo cervello avranno bisogno di una pausa da tutto quell’amore, da tutto il non detto e da tutta la meraviglia che ogni singolo istante è.
Ci sarebbe tanto da dire, ma voglio finire dicendo che abbiamo bisogno di più film così, che ti rimangono dentro, ti fanno ricredere, ripensare e rivalutare e che danno nuovi ideali, nuovi messaggi e nuove speranze a un mondo dove le comunità queer e le minoranze devono combattere con i denti e con le unghie per poter essere libere di vivere, prima che la neve, come succede a Carlos, ti porti via.







