Il docente di procedura penale boccia la revisione costituzionale: “Non risolverà la lentezza dei processi, ma renderà i magistrati più fragili davanti alla politica”
Perché è fondamentale recarsi alle urne il 22 e 23 marzo, nonostante l’assenza del quorum? In questa conversazione, il Prof. Nicola Triggiani illustra tre motivi decisivi per opporsi alla riforma Nordio, spiegando perché la separazione delle carriere, lungi dall’essere una soluzione, rischia di diventare un vulnus per la nostra Costituzione.
Professore, il referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere si avvicina. Perché è importante votare?
È molto importante votare, perché si tratta di una delle poche, preziose occasioni di esercizio della democrazia diretta, esprimendo il proprio voto in ordine alla proposta di modificare ben 7 articoli della nostra Costituzione. Mi rendo conto che si tratta di temi molto tecnici, e questo potrebbe indurre molti elettori a non recarsi alle urne – del resto, le ultime competizioni elettorali hanno mostrato come, purtroppo, il “partito del non voto” sia il primo partito in Italia, essendo partiti e movimenti politici spesso percepiti come assai distanti dai problemi reali della gente -, ma è davvero importante andare a votare, anche perché si tratta di un referendum confermativo, che non richiede un quorum. Il non voto, quindi, non ha una valenza politica, come accade invece per i referendum abrogativi, da parte di chi intende far fallire la consultazione referendaria attraverso il mancato raggiungimento del quorum previsto.
Ci può illustrare 3 validi motivi per votare NO?
I motivi per votare NO, in realtà, sono ben più di 3! Ma mi limiterò a citarne 3. Per me sarebbe sufficiente per votare NO la circostanza che questa legge di riforma costituzionale – fatto unico nella storia di 80 anni di Repubblica – sia stata approvata dal Parlamento secondo l’iter previsto (due letture da parte della Camera e due letture da parte del Senato), nell’arco di poco più di 9 mesi, senza cambiare neppure una virgola rispetto al testo approvato dal Consiglio dei Ministri. Non c’è stato, dunque, alcun dibattito parlamentare: non solo all’opposizione, ma anche agli esponenti della maggioranza parlamentare di Governo non è stato consentito apportare alcun emendamento, dopo le audizioni nelle Commissioni Giustizia e Affari Costituzionali dei tanti esperti che hanno rilevato innumerevoli criticità. Per una modifica della Costituzione, la più rilevante mai operata finora, questo è inaccettabile. Al di là di queste ragioni di metodo, che pure, ripeto, sono fondamentali, la riforma va respinta nel merito, perché inutile e pericolosa. Più che una riforma costituzionale della giustizia, si tratta in realtà di una riforma (pasticciata) della magistratura, che viene ad alterare profondamente gli equilibri tra i poteri dello Stato, come sapientemente regolati dai Padri e dalle Madri Costituenti, secondo un efficace sistema di pesi e contrappesi.
Il secondo motivo per votare NO è che si vuole giustificare la separazione delle carriere sostenendo che, poiché giudice e pubblico ministero sono “colleghi”, uniti nella stessa “carriera”, ciò determinerebbe un forte ascendente del pubblico ministero sul giudice, così minandone la terzietà e l’imparzialità richiesta dall’art. 111 Cost. Ma, in realtà, il denunciato appiattimento del giudice sulle richieste del pubblico ministero, la presunta naturale tendenza del giudice a dare maggior credito al pubblico ministero rispetto al difensore dell’imputato, nella prassi processuale, dati alla mano, non trova riscontro. È sufficiente considerare l’alta percentuale di sentenze di assoluzione emesse in presenza di richieste di condanna da parte del pubblico ministero e, viceversa, come non manchino casi di condanna in presenza di richieste di assoluzione. La verità è che il tema della separazione delle carriere è stato utilizzato come pretesto per il vero cuore della riforma, ovvero il sorteggio dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura che verrebbe sdoppiato in due (uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente), sottraendogli inoltre la giurisdizione disciplinare sui magistrati, affidata ad un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare. Dunque, un terzo motivo per votare NO è rappresentato proprio dall’introduzione della assolutamente inedita modalità del sorteggio per un organo di rilevanza costituzionale. Lasciare al caso la nomina dei membri di un organo così importante è scandaloso. Ma c’è di più. Il sorteggio è asimmetrico: mentre per i magistrati si tratta di un sorteggio secco, effettuato tra tutti i magistrati (secondo le procedure che saranno poi indicate con legge ordinaria), per i membri laici che andranno a comporre i due Consigli Superiori della Magistratura è stato previsto un sorteggio temperato. Ovvero, la maggioranza parlamentare eleggerà un certo numero (verosimilmente ristretto) di professori ordinari in materie giuridiche e avvocati, e nell’ambito di questa lista di eletti (la riforma non precisa quanto ampia, tutto è rimesso alla legge ordinaria di attuazione) avverrà il sorteggio. Questa differenza nell’elezione dei componenti togati e dei membri laici dei due Consigli Superiori determinerà una forte influenza della politica sulle decisioni di questi organi, dando un grande vantaggio al gruppo coeso dei membri laici, rispetto ai membri togati, sorteggiati in modo assolutamente casuale in una platea molto ampia. E anche nell’Alta Corte disciplinare aumenta la percentuale dei membri scelti dai politici rispetto ai magistrati, se si confronta con l’attuale C.S.M., nell’ambito del quale vi è la sezione disciplinare.
Avvocati, cittadini e giornalisti hanno ricordato, spesso, che la campagna referendaria è stata mandata avanti anche con molte dichiarazioni inesatte e fuorvianti. Cosa è andato storto e perché?
È stata una campagna referendaria molto accesa e molto partecipata, con numerose occasioni di confronto, talvolta anche di alto profilo, nelle Università e tra i sostenitori dei vari Comitati in favore del SÌ e del NO. Tuttavia, soprattutto nei programmi televisivi e sui social, la discussione molto spesso non ha riguardato affatto il merito della riforma ed è stato inquinata da dichiarazioni assolutamente fuorvianti e mistificatorie in ordine alle conseguenze derivanti dall’esito referendario in caso di vittoria del SÌ: la modifica costituzionale è stata presentata come la panacea di tutti i mali della giustizia italiana o addirittura come la soluzione di tutti i problemi dell’Italia (…si è arrivati persino a sostenere che con la vittoria del SÌ i giovani che sono andati a lavorare all’estero tornerebbero in Italia!). Non si è persa occasione soprattutto per delegittimare la magistratura, cosa assai pericolosa perché rischia di minare la fiducia dei cittadini nella Giustizia.
Cosa cambia se vince il SÌ e cosa se vince il NO?
Se dovesse vincere il SÌ, avremmo una magistratura più debole, più esposta ai condizionamenti della politica, quindi il cittadino comune sarà meno garantito. E va sottolineato che sarà necessario approvare con legge ordinaria, entro un anno dall’entrata in vigore della legge costituzionale, le norme di attuazione, colmando così i tanti vuoti della riforma costituzionale. Ora, è vero che non si può scrivere tutto nella Costituzione, ma è certamente criticabile che molti passaggi fondamentali della disciplina vengano appunto rinviati alla legge ordinaria, sicché gli elettori saranno chiamati ad esprimere per molti versi un voto “al buio”. Se dovesse vincere il NO, il testo costituzionale resterebbe immutato, non risultando la riforma confermata dalla volontà popolare. Quello che è certo, comunque andrà, è che resterà una lacerazione profonda tra magistrati ed avvocati, dal momento che vi è stata una contrapposizione frontale molto forte e aspra tra le due categorie (anche se tantissimi avvocati sono a favore del NO e alcuni magistrati sono a favore del SÌ).
In molti Paesi europei le carriere tra giudici e pubblici ministeri sono separate, spesso con la dipendenza dei pubblici ministeri dall’Esecutivo. Nella nostra riforma non c’è scritto nel testo, ma la direzione sarà quella?
È vero che non c’è scritto espressamente nel testo di revisione costituzionale che il pubblico ministero dipenderà dall’Esecutivo: nell’art. 104 della Costituzione, come riformulato, si conferma che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Ma non basta una tale affermazione a garantire l’indipendenza della magistratura, e in particolare l’indipendenza del pubblico ministero dall’Esecutivo, se muta tutto il contesto nel quale questa affermazione di principio è inserita. Un dato è certo: in Europa, laddove esiste la separazione delle carriere, questa porta con sé un controllo, diretto o indiretto, da parte del potere politico e, dunque, la dipendenza del pubblico ministero dal Governo (così accade, ad esempio, in Francia, Germania, Spagna, Olanda, Belgio, Austria, Polonia; l’unica eccezione è il Portogallo).
Esiste un problema di vicinanza culturale tra giudici e pubblici ministeri?
La vicinanza culturale tra giudici e p.m., ovvero la comune cultura della giurisdizione e la formazione comune, almeno iniziale, non è affatto un “problema”: al contrario rappresenta una garanzia per il cittadino. E già oggi le funzioni di pubblico ministero e giudice sono rigidamente separate: soprattutto dopo la “riforma Cartabia” del 2022, la possibilità di cambiare funzione è stata limitata ad una sola volta nei primi 9 anni di carriera del magistrato, con l’obbligo anche di cambiare regione dopo il mutamento di funzioni. Il che comporta che su oltre 9000 magistrati non più di una quarantina all’anno chiede di passare da una funzione all’altra.
La separazione delle carriere dunque non potrà risolvere le inefficienze della giustizia italiana?
La separazione delle carriere e la revisione delle altre norme costituzionali, qualora dovesse vincere il SÌ non risolverà affatto, come del resto ammesso da alcuni esponenti della maggioranza parlamentare e del Governo, le attuali inefficienze della giustizia italiana, a cominciare dal primo e più grande dei mali della giustizia, ovvero l’irragionevole durata dei procedimenti sia in materia penale sia, in misura maggiore, in materia civile. E va segnalato che i costi di funzionamento attualmente impiegati per il C.S.M. (circa 50 milioni di euro all’anno) verrebbero ad essere triplicati, dovendo provvedersi non più ad un solo organo, ma a tre (C.S.M. dei magistrati giudicanti, C.S.M. dei magistrati requirenti, Alta Corte disciplinare). Fondi che potrebbero, invece, essere impiegati proprio per migliorare l’efficienza della giustizia, ampliando l’organico del personale ausiliario, stabilizzando il personale dell’ufficio del processo, migliorando la digitalizzazione (troppo spesso si registrano malfunzionamenti dei domini del ministero della giustizia o di singoli uffici giudiziari, il che compromette il corretto funzionamento del processo telematico civile e penale).







