Ci sono momenti in cui il linguaggio della diplomazia non basta più. Momenti in cui la prudenza non può trasformarsi in indifferenza e il rispetto della complessità non può diventare esitazione morale. La vicenda della Global Sumud Flotilla appartiene a uno di questi momenti.
Un convoglio civile diretto verso Gaza con aiuti umanitari è stato fermato. Centinaia di persone sono state trattenute. Sono seguiti trasferimenti forzati, espulsioni, testimonianze di violenze, denunce che oggi sono al vaglio della magistratura e immagini che hanno provocato reazioni istituzionali senza precedenti. Alcuni fatti sono ancora oggetto di accertamento e proprio per questo meritano rigore. Ma ciò che è emerso finora basta già a porre una questione che non può essere elusa. Esiste un punto oltre il quale il potere perde autorevolezza e diventa umiliazione.
Se persone fermate vengono esposte pubblicamente, inginocchiate, bendate, ridotte a immagine di scherno, non siamo più davanti a un problema di comunicazione politica. Siamo davanti a qualcosa che una democrazia dovrebbe riconoscere immediatamente come inaccettabile.
Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella hanno avuto il merito della chiarezza. Parlare di trattamento «incivile» e di un livello «infimo» significa ricordare che il rispetto della persona non è un dettaglio umanitario da invocare nei tempi di pace e dimenticare nei tempi di guerra.
Perché il punto non è essere favorevoli o contrari alla Flotilla. Il punto è un altro: nessuna causa, nessuna ragione di sicurezza, nessun conflitto autorizza la degradazione della dignità umana.
Uno Stato ha il diritto di difendersi. Ma uno Stato democratico si distingue proprio perché non considera l’umiliazione una forma legittima di esercizio del potere. La forza senza limite non è forza: è perdita di misura. I diritti umani non servono a proteggere chi ci piace o chi condividiamo. Servono esattamente nei casi in cui sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte.
Per questo ciò che abbiamo visto — e ciò che viene denunciato e dovrà essere accertato fino in fondo — non può essere archiviato come un incidente, una provocazione o un eccesso del momento. Perché ogni volta che il corpo di una persona diventa un messaggio politico, ogni volta che la dignità viene sospesa in nome di una causa ritenuta superiore, perdiamo qualcosa che riguarda tutti.
E il silenzio, in quei momenti, non è neutralità. È rinuncia al limite che ci tiene umani.







